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La BRAT Summer ha colpito proprio tutti: siti per l’educazione dei figli che si interrogano sugli ideali di questo movimento, guru della finanza e del marketing che studiano come sia possibile che il brand BRAT sia stato così efficace, marchi che decidono di rendere propria l’estetica BRAT e di utilizzarla nelle loro campagne pubblicitarie e, come ci si può immaginare, critici musicali che esaltano l’album.

Dal momento che tutti, ma proprio tutti, ne hanno parlato, anche Nimanì rivista non può esimersi dall'esporsi sulla questione. Ci siamo dunque chiesti che cosa ha reso questo album così particolare, appetibile, popolare e, al tempo stesso, underground?

Charli XCX voleva creare un progetto senza metafore, un disco da ascoltare tra amici in taxi prima di andare a ballare in un club. Voleva catturare la realtà, i discorsi, i pensieri e le preoccupazioni di una generazione che si ritrova spesso a distrarre dalle angosce del mondo esterno, nascondendosi in locali dove si balla.

Con un linguaggio semplice, aderente alla realtà e intrinsecamente pop, Charli è riuscita a fare tutto ciò, creando una ricetta perfetta per chi si sente a suo agio nella danza e chi si sente estraneo fuori dalle piste da ballo.

Il marketing del disco è stato spettacolare: tra le live di Instragram in cui Charli riprende il BRAT Wall durante le prime fasi di verniciatura, il popolarissimo boiler room che ha fatto registrare il record per numero di iscritti, il BRAT Generator (sito che riproduce le frasi utilizzando lo stile BRAT, di cui si trova un esempio in basso) e i BRAT Trucks che vagavano in giro per Londra, Charli è riuscita a trovare la giusta formula per ogni sua singola mossa pubblicitaria, creando un hype intorno al suo progetto che difficilmente sarà pareggiato.

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Messaggi subliminali ed elementi criptici hanno gettato un’aura di mistero intorno al progetto, quasi in contrasto con il linguaggio tanto diretto ed esplicito dell’album: Charli ha dato inizio a una vera e propria caccia, non dando indicazioni su dove fosse il BRAT Wall, facendo impazzire i fan che lo cercavano in ogni angolo di New York (esatto, si sapeva soltanto fosse a New York) . Nei BRAT Trucks comparivano invece nomi di persone che, si pensava, avrebbero collaborato con Charli nell’album, come nel caso di Kesha: quest’ultima non è comparsa nelle tracce di BRAT, e neanche nella versione deluxe. E allora tutti si sono chiesti, perché?


Le due chiavi principali della sua campagna di marketing sono state la semplicità e la replicabilità, entrambe incarnate dalla copertina dell’album, tanto immediata quanto efficace: una sola parola, font Ariel, “brat”, disposta al centro di uno sfondo verde lime, acido e saturato. Nient’altro:

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    Per rendere iconico un qualsiasi prodotto nell’era dei social è necessario che sia iconico anche il personaggio che lo crea, e sull’iconicità di Charli XCX non ci sono dubbi: è stata lei stessa a definire il proprio pubblico, affermando che una persona è BRAT quando “You’re just like that girl who is a little messy and likes to party and maybe says some dumb things sometimes. Who feels herself but maybe also has a breakdown. But kind of like, parties through it, is very honest, very blunt. A little bit volatile. Like, does dumb things. But it’s brat. You’re brat. That’s brat,”, a imporre i canoni estetici “It can be like, so trashy, just like a pack of cigs and and a Bic lighter. And like, a strappy white top with no bra. That's like, kind of all you need” e a seguirli lei stessa per prima, con outfit che riportano a un clima casual inizio anni 2000 (completi neri, occhiali da sole di giorno notte a pranzo a colazione a cena).

    è anche grazie al fatto di aver cavalcato il trend vintage y2k se Charli ha catturato l’attenzione di un numero così elevato di persone (il vintage, si sa, vende eccome): tra il vestiario (come nella traccia “Von Dutch”), le citazioni e i vari riferimenti alle atmosfere anni 2000, anche la musica riprende il gusto di quel periodo storico. L’etichetta che, tra le altre cose, definisce BRAT come un album electroclash, fa in modo si che prenda con sé le sonorità degli albori del millennio. 

    Tra l’altro Charli stessa è cresciuta tra rave e feste illegali inglesi, dove già ai 14 anni iniziava a suonare ai DJ set, vivendo in prima persona il clima del tempo. 

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    Non si smentisce nei testi, tra i quali la prima traccia si rivela una sorta di dichiarazione di intenti:

    That city sewer slut's the vibe
    Internationally recognized
    I set the tone, it's my design
    And it's stuck in your mind 

    La poesia, profondità e ricercatezza che si nasconde in queste rime (e rimane nascosta) circoscrive subito la tipologia di pubblico per cui è stato scritto l’album: si tratta di persone (ragazze e/o  LGBTQIA+) che vogliono liberarsi da ogni sorta di canone comportamentale e vogliono solo fare come gli pare e piace. È un messaggio semplice, già sentito e se vogliamo banale, ma quasi nessuno fino ad ora è riuscito a portarlo con la potenza di Charli.

    Dopo il manifesto di ideali, la seconda canzone costituisce una dichiarazione d’intenti in ambito sonoro: “Club Classics” è un banger per le piste da ballo, un pezzo dance-pop con influenze House, ridondante e saturo di bassi, adatto a danze sfrenate. 

    La ripetitività dei testi è di un’importanza chiave in tutto il progetto: canzoni come “Talk Talk” e “Everything is Romantic” ne hanno fatto un’arte, inchiodando nella mente i ritornelli (se così li vogliamo chiamare) al pubblico che, ascoltandole, può ballarsela piangendo o piangere ballando.

    Il concetto della seconda canzone succitata, in particolare, è supportato dalla ripetitività stessa: “Fall in love again and again”. Si innamora ancora e ancora. E ancora. E ancora. Cioè per farvi capire, basta cercare il lyrics della canzone su Google e vi apparirà un wall text omogeneo, che riporta sempre la stessa frase: innamorarsi ancora e ancora…

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    L’introspezione non manca, anche all’interno di un album così: basta vedere cosa Charli dice in “I might say something stupid”. Già il titolo riprende quell’ideale di cui l’intero disco si fa carico, quello di poter sbagliare e di fare cose silly.

    Qui Charli si chiede se appartiene a quell’ambiente, quello del club, in cui fino alla canzone precedente sembrava sguazzare a proprio agio. Riflette sui dubbi, sul suo ruolo all’interno del meccanismo sociale della festa, prendendosi il freddo di chi, incerto, non vuole aprire la porta del locale e rientrare a ballare.

    Raggiunge punte di introspezione sulla sua maternità in “I think about it all the time”, dove, a cuor aperto, si lascia andare ad un testo che sembra tanto un soliloquio, un flusso di coscienza che prende forma in maniera autonoma e genuina e, senza mezzi termini o, appunto, metafore, si chiede se dovrebbe rinunciare al suo bambino prima che questo nasca.

    "I think about it all the time

    That I might run out of time
    But I finally met my baby
    And a baby might be mine
    'Cause maybe one day I might
    If I don't run out of time
    Would it make me miss all my freedom?

    So, we had a conversation on the way home

    Should I stop my birth control?

    'Cause my career feels so small in the existential scheme of it all"

    L’anima di BRAT si divide così in due stili principali, separati da un confine volutamente labile, quasi impercettibile: da un lato i pezzi dance, per chiunque volesse usare la musica come fuga, un modo per scappare dalle preoccupazioni e ritirarsi nel buio del club, dall’altro testi seri, più conscious per chi, invece, deve fare i conti con se stesso grazie alla musica. L’interpretazione delle singole tracce sta quindi, in un capolavoro di ambiguità, al pubblico e al suo umore. 

    Il disco è quindi perfetto per il pubblico target che Charli puntava di raggiungere: chi vuole lasciarsi andare e non pensare deve dare orecchio solo alle strumentali e alle musicalità del pezzo; che è anche chi d’altra parte, vuole dare un senso più profondo al suo ascolto deve lasciar stare le basi e leggersi i lyrics. insomma per il pubblico più puramente BRAT.


    il sunto in una frase di questo album, sintetizzando la sua versatilità ed efficacia espressiva in una sola locuzione, lo offre Charli, nel post in cui annunciava l’uscita di BRAT:


    “me, my flaws, my fuck ups, my ego all rolled into one”

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