Essere o non essere: spettatori o partecipanti

L’articolo “Dj su youtube pt.1” si concludeva con una domanda: vogliamo essere spettatori o partecipanti? 


Nell’articolo precedente avevamo rilevato una tendenza sempre più sviluppata a trasferire il mondo del clubbing in digitale. Usanza già ampiamente consolidata che presuppone un cambiamento radicale nella dimensione pubblico che da presente, nel senso fisico del termine, diviene virtuale. Il riferimento Amletico del titolo polarizza in modo efficace la questione: da una parte lo spettatore (passivo) e dall’altra i partecipanti (attivi). Nel mezzo di queste due alternative, essere o non essere, c’è n’è, però, una terza: quella dell’apparire, del mostrare. 

Tertium datur.


La club culture ha sempre avuto una dimensione fisica e di partecipazione eversiva e diversiva. Eversiva in quanto sovverte un ordine più o meno costituito e stabile. Diversiva perché attua una deviazione. Condizioni momentanee, un sabato, un weekend, ma proprio per questo ancora più preziose; inconsce forse, ma pur sempre espressione di un bisogno avvertito e sfogato in uno spazio, in una situazione precisa (quella del club). Situazione che  significa gruppo, collettività e in definitiva: partecipazione.  Il club è il luogo in cui sentirsi liberi e parte di qualcosa, ha proprio questo obiettivo. Non solo come “contenitore” dove esprimere la propria libertà ma anche come mezzo per trovarla, un modo di mostrare la propria individualità in un ambiente sì collettivo, ma privo di giudizi e tabù. Essere, quindi, e partecipare, per riprendere la metafora Amletica del titolo. Più vicino nel tempo si potrebbe citare anche Gaber: libertà è partecipazione. Sillogizzando: se essere è un modo di essere liberi ed essere liberi significa partecipare, essere è partecipare.     

Va notata una cosa però: la nascita del club è strettamente connessa al passaggio dalla musica suonata dal vivo a quella registrata su disco, la musica mediata tecnicamente e quindi la tecnologia e la modernizzazione scorrono nel DNA del club.

Perché quindi non si può vedere l’odierna evoluzione tecnologica come fase “naturale” della sua storia? 

Lo si può ovviamente pensare ma bisogna considerare un fatto fondamentale:

se è vero che questo passaggio indicava un modo diverso di partecipare la musica, quindi un modo diverso di essere spettatori, era anche e soprattutto un modo diverso di suonare la musica, un modo diverso di pensare il “musicista” come performer. Il cambiamento vero, quindi, era per chi suonava.




Ora invece la nuova mediazione tecnologica è significativa per lo spettatore; sia nella situazione fisica del club sia nella sua trasposizione digitale: Boiler room ne è un esempio, ma se ne potrebbero fare molti altri. 

Rispetto ai nuovi media accuse e demonizzazioni, elogi e panegirici sono sempre gli stessi: da una parte la smaterializzazione dei confini geografici, dell’esperienza individuale e fisica, dell’evento, delle persone e delle relazioni, trend che prendono il posto dei gusti personali, pornografizzazione dell’immagine, etc… dall’altra: democratizzazione, allargamento del pubblico, capacità promozionali indefinitamente maggiori, possibilità di scelta tendenti all’infinito e, più generalmente, tutto quello che prima si è elencato tra i “lati negativi” può essere visto come positivo. La fluidità moderna è propria anche dei giudizi che non sono più “giusti” o “sbagliati”, solo diversi.

Ma si possono considerare alcuni fatti. 

1) Il successo in termini numerici di Boiler room e canali affini (pur con sostanziali differenze nella “costruzione della situazione”) come si notava nella prima parte. La natura dei commenti sotto i loro video e i picchi di visualizzazioni nella timeline.

Per questo rimando all’articolo precedente dove questo è esposto in modo più disteso. 

2) Guardarsi intorno: la frequenza con cui solitamente si vedono balenare i flash dei telefoni per video e foto in ogni Dj set e, in realtà, ad ogni evento. Con evento intendo, nel senso più generale del termine, qualsiasi cosa accada che colpisca la nostra attenzione e che pensiamo possa colpire quella degli altri. Per non usare il bisturi ma l’accetta: la realtà testimoniata è sempre pornagrafia. Per evitare equivoci, specifico che intendo la parola nel suo senso etimologico e ovviamente privata della sua dimensione sessuale. 

Alcuni club, è vero, fanno coprire la fotocamera con adesivi appositi ma io mi limito a notare due cose in proposito. 

La prima: non è difficile da togliere un adesivo; 

La seconda: è singolare l’idea di esclusività che alimenta essere ad un evento che non posso mostrare a nessun altro che non sia lì. Quindi non è l’esserci (inteso come presenza meramente fisica) ma l’idea che l’altro non può partecipare nemmeno digitalmente all'evento che porta godimento. 

3) Mostrare è la parola chiave e il “tertium datur” cui prima facevo riferimento.

Un esempio: evento a Milano, due spazi, locale con consolle e “anticamera” che porta all’esterno. Qui, nell’anticamera, una telecamera proietta la tua immagine su due schermi ai lati della console. Questo mi pare possa esemplificare bene le tendenze e le ossessioni contemporanee, per lo meno quelle relative al digitale: mostrarsi ed essere guardati (dall’occhio morto di una telecamera e da quello vivo di chi balla), trovarsi dappertutto senza perdersi nulla di quello che succede, saturare lo spazio con il niente. 

Dalla descrizione iniziale del club, sommaria e semplicistica ammetto, ci si è allontanati.

Il carattere di generale differenza mi pare essere quello di una perpetua rifrazione, tutto è il riflesso di qualcos’altro, principio che permette la vitalità del mostrarsi e che dà forma alle cose, in un senso anche molto fisico come ho potuto mostrare nell’esempio precedente. 

Dicevo: non giudizi (ho già accennato alla loro fluidità e quindi inconsistenza) ma alcuni fatti, osservabili e ovviamente interpretabili. 

Quindi senza aver risposto alla domanda iniziale, che apre l’articolo e conclude il precedente e che forse, alla luce di quanto detto, è anche superflua, me ne permetto altre. 

Contrariamente a quanto si dice nell’articolo di clubfuturo, rivista che si definisce, riportando le parole usate nella home del loro sito, “uno slancio collettivo per costruire il futuro della notte, partendo dalle pratiche virtuose di tutto il mondo”, e che pure è stato utilissimo nel mio di più ridotte dimensioni e di più ridotto pensiero, la situazione non è affatto semplice.  Citando direttamente l’articolo: “c’è bisogno di far riscoprire alle persone delle emozioni.” Ma di chi è questo bisogno? Chi ne ha bisogno?, certamente non i club né i Dj che economicamente vivono un periodo di floridezza anche grazie alla pubblicità social.

Non le persone che, parlando di bisogni e, mi si perdoni il “francese”, sanno ancora perfettamente quando cacare e pisciare. 

Utile a me per scrivere l’articolo, questo certamente, ma per il resto, forse, dovremmo solo goderci una nuova fase dell’antropogenesi o forse, con più onesto esame di coscienza, ammettere che tra l’essere e il non essere si è sempre vissuto; noi Europei, a discrezione di percentuale, anche con un certo agio. 

Allo stesso modo tra il partecipare e l’essere spettatori si è sempre data una terza possibilità: l’apparire. Forse si sono solo amplificate le possibilità. 

Tertium datur. 



F.S.