Sciascia nell'Affaire Moro citando il Pasolini degli Scritti Corsari, che a sua volta riprende le annotazioni linguistiche di Gramsci nei Quaderni dal carcere, scrive: "Come sempre solo nella lingua si sono avuti dei sintomi" (annoto così en passant, en plan aire: Gramsci era meno assolutista, non avrebbe mai detto "come sempre solo" ma si sa, Pasolini aveva un animo tragicheggiante e gli vogliamo bene anche per questo); a distanza di decenni, nel 2025, Francesco Stasi, in arte Kid Yugi, in Entro nel posto prodotta da Night Skinny canta: "mi faccio un tiro, mi caco addosso/ ferro nelle mutande, sembra che c'ho il cazzo grosso."
Certo Sciascia analizzava, come forse si può capire dal titolo, la corrispondenza Moro durante il sequestro ma Kid Yugi è poeta raffinato, e i suoi versi meritano ugualmente di essere letti con attenzione. Sarebbe un errore grossolano considerarli l'ennesima ripetizione, topologica, di una certa mitologia, quella rap. Vanno invece considerati per il loro carattere innovativo, proprio in virtù del dialogo che con quella mitologia instaurano.
Ah si, ho detto poeta, e questo per due motivi: il primo è che trovo la parola rapper cacofonica (vi immaginate chiamare crepper, ou creeppèr a la francais, un uomo che fa le crepe?), il secondo è che mi sembra non ci sia nessun motivo valido per non chiamare poeta Francesco Stasi; a ben altri e per molto meno, si attribuisce la summenzionata qualifica; vedi tra gli altri alla voce: Pablo Neruda.
Mais pour retourner à nous...
Eviterei la parafrasi, il contenuto mi sembra molto chiaro, specifico soltanto in proposito al primo verso (mi faccio un tiro mi caco addosso) che spesso la cocaina viene tagliata con la mannite, sostanza dai potenti effetti lassativi: detto questo il nesso tra il "tiro" e il "cacarsi addosso" mi sembra chiaro e mi pare che sul piano letterale non rimanga altro da chiarire.
Eviterei anche qualsiasi analisi metrica, nel canto e ovviamente anche nel rap molto dipende dalla modulazione vocale; basterebbe far caso alle disinvolte acrobazie metrico vocaliche di un De André per rendersi conto di come anche i più rigorosi compositori impieghino la voce per trasgredire le norme metriche.
Quello che va considerato innanzitutto è la composizione del verso in distici, cioè i due versi che ho citato prima si possono a loro volta dividere in due parti separate da una pausa vocale e sintattica nel primo caso, solo sintattica nel secondo (consiglio a questo punto l'ascolto della canzone per rendersene empiricamente conto), quindi per rappresentarle graficamente:
Se all'interno dello stesso verso dimidiato in due distici si sviluppa una connessione causale-effettuale ed auto conclusiva tra le parti (tirare-cacarsi addosso; ferro nelle mutande-cazzo grosso) lo stesso non può dirsi del rapporto tra un verso e l'altro. Anzi apparentemente i due versi sembrano godere di un essenza quasi monadica e irrelata; in realtà il legame c'è, ma più che logico è figurale.
Bisogna considerare non tanto il nesso di causa-effetto quanto piuttosto l'immagine del soggetto agente che restituiscono. Cioè dobbiamo chiederci: dopo questi due versi cosa sappiamo dell'io lirico?
A questo punto vale forse fare qualche considerazione di carattere generale, chi ha ascoltato almeno tre canzoni rap nella sua vita salti pure l'intero paragrafo: il genere rap, per lo meno in Italia e negli ultimi vent'anni, ha fondato il suo immaginario su una mitologia della potenza che fa del denaro, del sesso, della fama e dell'auto realizzazione i suoi pilastri fondativi, a sorreggere questa narrazione è una figura tanto imprescindibile quanto necessaria, la cui essenza ultima può essere ottimamente riassunta con il pronome di prima persona singolare: io. Ogni testo rap è autoreferenziale, ogni testo rap parla di un io che nella maggioranza dei casi coincide con quello del suo autore. Questo, sia detto per inciso, esattamente come i primi testi poetici, parlo di Da Lentini, Jacopone da Todi, d'Assisi (anche se in questo caso il discorso sarebbe più complesso). In questi primi poeti il centro è uno e uno soltanto: loro stessi; nulla di diverso mille anni dopo nel rap. I "nostri" intonano un canto esattamente uguale.
Ma per tornare a Kid Yugi; ci eravamo lasciati con una domanda: cosa sappiamo di lui dopo quei primi due versi? A dire il vero non molto: sappiamo che si è fatto un tiro di cocaina ma che purtroppo, probabilmente a causa della mannite contenuta nella dose, si è "cacato addosso" e poi che la pistola infilata nelle mutande gli fa sembrare il "cazzo grosso", quest'ultima considerazione per altro ci legittima automaticamente a pensare che Kid Yugi senza "il ferro" ha il pene piccolo.
La figura che si staglia di fronte a noi con plasticità ellenica è ben lontana da quella che solitamente la narrazione rap mette in scena nei suoi testi. Non solo è lontano dalla narrazione canonica ma ne parodia anche alcuni tratti salienti. La droga, solitamente esaltata ed esaltante, in questi versi fa cacare addosso cioè, quello che di solito eleva il soggetto a una condizione di maggiorazione psichica qui rende concretamente sporchi e disgustosi; la pistola, simbolo di potenza virile, nel testo di Stasi serve per colmare una "mancanza di virilità", il pene piccolo, compensato dal ferro che lo fa sembrare grosso.
Si verifica così una sorta di contrappasso della mitologizzazione del sé che il rap mette in campo. Non deve stupire il riferimento a un meccanismo narrativo-etico reso celebre da Alighieri, Stasi ha spesso fatto mostra di una buona conoscenza della Commedia (si veda soprattutto il suo primo Album "The Globe" in cui l'insistenza sul milieu letterario è esplicita fin dal titolo, the globe era il teatro della compagnia di Shakespeare) io non escluderei la possibilità che il rimando alla meccanica dei supplizi impiegata nel poema sia consapevole.
Al netto di possibili riprese del modello Dantesco emerge chiara la natura ironica dei versi che mirano a parodizzare la cultura stessa che li ha generati. Possiamo considerare questi due versi come un'ipotetica "punta dell'iceberg", manifestazione fulminea, vista anche la sua brevità, di un fenomeno molto più vasto. E per questo, per rintracciare il corpo dell'iceberg che si nasconde sotto la superficie del presente, bisogna fare un passo indietro, anzi due.
Nel 1985 Umberto Eco, pubblica, come appendice all'edizione economica de "Il nome della rosa" le "Postille al nome della Rosa". Se Calvino vent'anni prima con la prefazione ai "Nidi di Ragno" faceva i conti con il neorealismo, Eco in questa dell'85 li fa con il post moderno. Icastico e apparentemente banale come al solito Eco sostiene che: postmoderna sarebbe ogni fase di saturazione e raffinato ripiegamento autoriflessivo che segue all'esaurimento della fase di innovazione propulsiva.
La stessa usura, lo stesso ripiegamento autoriflessivo che Eco vede nel post moderno possiamo ritrovarle invariate nei due versi di Kid Yugi. Dopo la filosofia post moderna, la letteratura post moderna e l'arte post moderna anche il rap va incontro allo stesso destino: a un processo di post-modernizzazione. In accordo con Eco considero il postmoderno non uno stato ma piuttosto un processo.
Ma ben prima di queste due strofe io credo che vada considerato come snodo fondamentale del processo di postmodernizzazione il 2019. Nel 2019 succedono molte cose: l'incendio di Notre Dame e quello in Amazzonia, Esplode Greta Thunberg (il fenomeno Greta Thunberg), l'impeachment di Trump causato dall' Ucrainagate e poi l'uscita di Persona, quinto album di Fabio Rizzo, in arte Marracash e di Stanza singola primo album di Federico Bertolin, in arte Franco 126.
Sarebbe troppo lungo parlare diffusamente dei due album. Le differenze sono molte ed evidenti, ma nonostante questo emerge chiaramente una linea di continuità che lega idealmente i due prodotti ad una stessa disposizione espressivo-commerciale.
Questo polo di continuità, del resto evidente in entrambi i casi fin dal titolo, è la dimensione egotica anche se idealizzata differentemente.
Persona gioca sulla pluralità di un io franto e scomposto, pluralità che ovviamente non significa relazione ma soltanto solitudine moltiplicata. Trovo inutile cercare dei precedenti, sarebbero troppi, ma se proprio devo fare un nome sarebbe quello di Petrarca, e per rendersene conto basterebbe il sonetto numero I del Canzoniere. Sonetto di cui è particolarmente esemplificativo il verso: "di me medesimo mi vergogno".
Stanza singola invece verte su una figurazione contraria della solitudine, giocata sul vuoto, e non sulla saturazione come accade in Persona.
In entrambi i casi e in entrambi i generi però, l'io rappresentato è ben lontano dal trovarsi in una situazione di appagamento, piuttosto in modi diversi si denuncia la stessa condizione di sofferenza e mancanza.
Il fatto curioso è che questo avvenga specularmente e simultaneamente, entrambi i dischi sono usciti nel 2019, in due generi così diversi.
In quel momento il rap aveva ancora "il coltello dalla parte del manico" e per rendersene conto è sufficiente guardare il numero di ascolti su Spotify ma ugualmente questa simultaneità è significativa di un cambiamento che sta avvenendo in pubblico tipologicamente affine per età, estrazione sociale e connotazioni. Pubblico che a partire da questo simbolico 2019 si sta progressivamente sguainando dalla membra mitologica del rap per affacciarsi a quella di un'altra dimensione, radicalmente diversa, se non opposta: quella dell'indie.
Il discorso si presta giustamente a mille obiezioni di carattere ed è giusto che mi assuma l'onere della definizione e della generalizzazione. Quello che ho inteso fare accostando i due album però non è certo offrire una linea storicizzante né tantomeno boe a una sedicente periodizzazione, piuttosto, simbolicamente, offrire l'immagine di un "passaggio di consegne", cioè di "pubblici" dal rap all'indie. La definizione per macrogeneri risulta inevitabilmente tipizzante e tuttavia credo si possano considerare i due generi come antitetiche disposizioni dell'animo.
Tanto la prima è aggressiva, vitalistica, estroversa ed esaltante, quanto la seconda è dimessa, disforica, introversa e melanconica.
Per ribadire il concetto mi approprio di due metafore, di ordine letterario una, fisiologico l'altra.
Era stata Simone Weil, filosofa francese di inizio novecento, a definire l'Iliade come il poema della forza; più tardi Canetti definirà L'Odissea come il poema di una coscienza che si avvolge su sé stessa contraendo un debito inestinguibile con il suo nostos (viaggio) immobile.
Il rap allora è l'Iliade, l'indie L'Odissea. Cosa può fare quindi il vitalistico Achille per impedire che i suoi seguaci lo abbandonino per il cerebrale Odisseo? Svuotarsi del suo senso pur mentendo la sua forma. Achille deve risignificarsi; ripensare alla sua posizione e nulla meglio del passato offre questa possibilità; Così si edifica il nuovo sé sulle macerie di quello che si è stati e non è più funzionale essere. Prosaicizzando: i rapper che osannavano il denaro e vi riconoscevano il fine ultimo della loro carriera ora lamentano di averne troppo. Stesso discorso per la fama e per tutte le altre mitologie del caso.
Ed eccoci giunti allora alla seconda metafora: raggiunto l'orgasmo non resta che contemplare quello che rimane, un membro prima virile ora afflosciato su sé stesso e una pozzanghera di sterili spermatozoi, maledicendosi per essere venuti, essersi esauriti, così in fretta.