

Tra le villette a schiera, tutte uguali, le nuvole che coprono il sole, raro, e i grandi parchi verdi dove giocare a calcio stava iniziando a rimbombare, inizialmente timido, un nuovo suono, non del tutto sconosciuto alle orecchie inglesi, né alle casse dei club inglesi.
Quella vibrazione non proveniva però dalle villette borghesi, ma si iniziava a sentire dalle più umili case di periferia. Giovani e curiosi, i DJ lo amarono e lo iniziarono a suonare nei club, dove venne amato ancora di più. Questo rumore assordante sarà poi chiamato Dubstep.
Ci troviamo nella zona a sud di Londra, più precisamente nelle città di Croydon e Brixton. Qui la Dubstep, nata tra questi freddi e nebbiosi quartieri di periferia, muove i suoi primi passi, ancora ignara di quanta strada farà nel futuro.
Sono i primi anni duemila e fino a questo momento la scena dance inglese è stata dominata dallo UK Garage e dal suo derivato preferito dal pubblico inglese: la 2-step: caratterizzata da bassi profondi che facevano tremare anche le narici dei club-goers, ritmi irregolari e inclini a cambiamenti repentini, un'atmosfera quasi sexy, condita da campionamenti e vocali soul.
Alcuni elementi di questo genere saranno riproposti, naturalmente in chiave diversa, anche all'interno delle tracce Dubstep.
Si può dire che la Dubstep sia nata per un errore d'amore, uno sbaglio quasi cercato che ha rivoluzionato l'ambiente underground londinese prima e quello popolare mondiale poi.
La storia della prima traccia Dubstep ci viene raccontata dal co-fondatore della casa discografica "Big Apple Studios". Racconta di come un producer locale, sempre di Croydon, chiamato Benny Ill, un giorno fosse entrato in studio e avesse iniziato a lavorare alle strumentali. Voleva dar vita a delle tracce UK Jungle, come andava di moda, ma continuava a porre il kick e lo snare della batteria nel posto sbagliato: il kick sull'uno e lo snare sul tre.
Questo era lo stesso ritmo di batteria di un genere amato da Benny Ill e che veniva da molto lontano, dalla Giamaica: la DUB.
L'altra influenza per la nascita del genere era appunto la 2-step da cui la Dubstep eredita solo l'amore per i bassi (tratto peculiare anche dei primi soundsystem in cui si ascoltava la DUB in Giamaica), vibranti e potenti, lasciando indietro la sensualità dei campionamenti e delle parti vocali più soul. Era il momento che il lato sensuale del mondo dance sparisse dalle piste da ballo, lasciando posto al buio.
La Dubstep, quindi, univa la batteria tipica della DUB con i bassi della 2-step, accentuati e messi sempre di più in risalto. L'atmosfera che permeava le tracce era grigia, scura, cupa e opprimente, almeno nei suoi primissimi esempi.
Di fondamentale importanza era il wub: probabilmente il suono più distintivo e riconoscibile di tutto il genere, venne creato attraverso dei sintetizzatori e donava alle tracce il loro peculiare suono vibrante e profondo.
Con animo giamaicano e origini sonore inglesi, la Dubstep non ci mise molto ad entrare nel cuore dei DJ locali, desiderosi ora di evolvere questo nuovo e entusiasmante sound.
Il primo pezzo Dub sembra quindi essere accreditato allo stesso Benny Ill che, nel 2002, ha rilasciato "In Fine Style", brano che condensa in sé quel wobble (o wub) e quel ritmo di batteria in half time che saranno poi i tratti distintivi del genere.
La Dubstep inizialmente si distingue per il suo minimalismo sonoro, che è stato poi portato avanti da altri DJ importanti nel contesto periferico, come nel caso di DJ Hatcha, pioniere del suono più dark e cupo della Dubstep e tra i primi ad aver frequentato la stessa casa discografica da cui è nata la Dubstep: la Big Apple Studios.
Skream!, appena 15enne, già aveva bene in mente che la musica sarebbe stata centrale nella sua vita, anche se non aveva ben chiaro quale genere. Sebbene l'inizio della sua carriera sia concentrata sulla Dubstep, il genere venne abbandonato ben presto per perseguire altre direzioni musicali, come la Techno o il Riddim.
Il suo primo album rende più accessibile, melodico e meno dark il genere, non tralasciando mai, tuttavia, l'inventiva e lanciò la Dubstep in tutto il mondo. Skream! è stato tra i principali interpreti del suono Dubstep, partorendo nel 2006, ancora molto giovane, un progetto che ne racchiudeva l'esistenza, dettando canoni melodici e sonori. Qui il grigiore delle prime tracce viene superato da alcuni pezzi più festosi, accompagnati da bassi e batterie violente, ma anche da trombette trionfali, assolutamente in contrasto con i primi esempi di questo stile.

Coki, tra i primi artisti a credere che la Dubstep sarebbe stato il futuro del mondo dance, nasce come artista a sud di Croydon e sviluppa sin da subito l'amore per due generi che plasmeranno poi i suoi progetti musicali: Reggae e Dancehall. Non appena uno dei suoi amici, DJ Hatcha, iniziò a prendere le sonorità UK Garage e a trasformarle in un qualcosa meno frenetico, ma più oscuro e cupo, Coki decise di appropriarsi di quel nuovo sound che metteva un fortissimo accento sui bassi e che, proprio come il suo amato Reggae, voleva riportare in alto la cultura del soundsystem.
I suoi singoli sono aggressivi, rabbiosi, frenetici e pieni di grinta: il suo primo EP, Tortured/Shattered, è un capolavoro di musica da club notturno, caratterizzata da una fredda oscurità che venne adorata dai frequentatori dei club, ammaliati da questa gelida e cruda bellezza.
Questo progetto, insieme a quelli che ha pubblicato negli anni seguenti, ha plasmato il suono della Dubstep, dandogli una nota di maggiore aggressività e coinvolgimento. Qui i bassi, sempre in stile wub, sono ravvicinati e stordenti, verificando la bontà delle casse dei club.
Questa nuova tipologia di suono verrà in seguito chiamata Tear Out e sarà la più amata tra i sottogeneri della Dubstep.
Ma il DJ più amato e uno dei pochi di cui il mondo della critica si ricorda ancora oggi con grande piacere è Burial con il suo progetto più conosciuto: Untrue.
La Dubstep qui si apre al pubblico ponendo sotto i riflettori il suo lato più debole e Burial sembra che durante tutto l'album si stia cercando di leccare le ferite. I testi, infatti, pieni di gemiti di disperazione, sembrano amalgamarsi alle strumentali in un'operazione di catarsi, un tentativo di convincimento interiore che una salvezza si possa trovare, in qualche modo.
Un album che non sa che forma darsi: se vuole essere la luce in fondo al tunnel o la consapevolezza che questo buio ci accompagnerà ancora per molto. Forse nessuna delle due, forse tutte e due.

I club al loro interno rispecchiavano perfettamente l'atmosfera delle primissime canzoni Dubstep: posti al chiuso, senza finestre, al buio, fumo e poche luci che tagliavano la stanza da ballo.
Una delle location più amate ai tempi era senza dubbio il Plastic People, situato nel bel mezzo di Londra, in una delle sue vie principali: Oxford Street.
Qui l'impianto audio era perfetto per le tracce Dubstep e il locale, anche dopo il suo trasferimento a Curtain Road a Londra est, non aveva abbandonato l'idea di club hardcore, dove la gente poteva godersi la pista buia anche in solitaria, in un angolo, con un drink in mano e la sicurezza di non avere occhi addosso.
E qui, avvolti dal buio, esisteva solo la musica, i bassi, le vibrazioni…
Un altro posto che i giovani di Croydon si sono portati nel cuore è sicuramente il Black Sheep Bar, posto in cui la Dubstep sembra aver mosso i suoi primi passi. Si tratta di un bar che prima era un ristorante, mentre dai primi anni duemila fino alla sua chiusura nel 2013 è stato luogo di diversi eventi musicali che spaziavano in ogni genere, ma che avevano un grande focus e attrazione per la Dubstep.
Il fatto che entrambi siano stati costretti alla chiusura fa comprendere quanto il genere abbia avuto un tracollo di popolarità repentino, soprattutto nella scena underground.
Due DJ Americani in visita a Londra parteciparono ad una di quelle numerose serate Dubstep e vi trovarono un entusiasmante elemento di novità anche per la loro madre patria. Così Dave Q e Joe Nice decisero di mettere in valigia anche alcuni vinili di questo nuovo genere e di portarseli con loro negli States, più precisamente a New York. Qui, la Dubstep esplose definitivamente: dopo la serata organizzata da questi due DJ, anche la Grande Mela si innamorò della Dubstep. Mischiando l'evoluzione e la novità sonora con il progresso tecnologico nel mondo degli strumenti, come nel caso dei nuovissimi sintetizzatori che nacquero al tempo, tutti ormai pronti a dare vita a pezzi Dubstep, anche oltreoceano.
In America è il luogo dove la Dubstep si è diffusa di più e con grande velocità, ma è anche il luogo in cui alcuni vecchi affezionati ritengono che sia morta, lasciando spazio ad una variante decisamente meno apprezzata nell'underground, indicata con il termine dispregiativo "brostep".
Pioniere del genere fu un ragazzo dal taglio discutibile, occhi scuri e una propensione a drop violenti: il suo vero nome è Sonny John Moore, meglio conosciuto come Skrillex.
La sua fama non fu tuttavia vista di buon occhio dai fan più affezionati alle radici cupe e tenebrose della Dubstep. Skrillex infatti fu l'artista che portò nel mondo mainstream il brostep: un'evoluzione (o, come vista da molti, involuzione) della Dubstep. Si toglie il dark, e si inseriscono melodie più catchy, aggressive e synth con pitch alti, influenzati dall'Electro House. Le voci, robotiche, furono definite come "nasty", sgradevoli, dagli affezionati. Le build up e i drop vengono riportati in auge, diventando elementi fondamentali e peculiari del brostep.

Dopo il picco di popolarità, la Dubstep sembrò iniziare a peccare di ripetitività: il brostep era odiato dai conservatori e pian piano le tracce diventarono sempre più simili a loro stesse.
Da notare fu l'impatto che il genere ebbe nel mondo dei videogame, come nel caso di "Saints Row IV", in cui era inserita un'arma chiamata letteralmente "Dubstep Gun", che faceva esplodere i nemici emanando bassi potentissimi.
Inoltre, i gusti del mondo dance si spostarono verso un qualcosa di più tranquillo, meno aggressivo e grintoso, lasciando la Dubstep nel dimenticatoio.
Sebbene la Dubstep sembra essere totalmente uscita dai radar, c'è ancora un posto in cui, per sempre, avrà la sua tana: le intro e outro dei nostri cari youtuber, italiani e stranieri (i veri OG si ricorderanno la celebre intro di St3pny).
In questo decennio, tuttavia, la Dubstep sembra aver ritrovato un'originalità che per molto tempo sembrava essere totalmente dispersa, tornando a risuonare nelle casse dei locali. Sebbene la strada per tornare al grande successo avuto a metà degli anni 2000 sia lunga, il genere sembra aver ritrovato un po' di aria fresca e innovazione, con artisti come Skrillex che ancora ottengono una certa risonanza mediatica intorno ai loro progetti. Forse, ne riparlerò o forse no. Buona giornata.
E.C.