

Mi vergogno un po’ a dirlo, perché questa canzone è da cardiopalma, è un pugno nello stomaco e non può lasciare indifferenti, ma lo ammetto: ‘sto pezzo di Iosonouncane tutto attaccato non mi era piaciuto. L’avevo ascoltato una volta. L’avevo lasciato lì, a poltrire, mezzo dimenticato. Non indagai su chi fosse Iosonouncane, un gran peccato perché poi scoprii che era uno bravo bravo. Ma la canzone, con il suo incedere urlato e le immagini surreali un po’ strambe, non mi disse nulla, davvero. La verità è che l’avevo ascoltata con poca cura e ci avevo capito poco o niente, ma qualcosina doveva avermi lasciato, anche se non sapevo ancora che cosa, perché un giorno la canzone riaffiorò alla memoria. Dopo averla riascoltata, piansi a dirotto. Cos’era cambiato? Non me ne ero dimenticato, come capita con tante altre canzoni, ma era rimasta immagazzinata dentro di me, come aspettasse che io fossi pronto per lei, che potesse farmi capire quello che la prima volta aveva tentato di comunicarmi. Forse ero io che dovevo «essere ascoltato» dalla canzone. Così, dopo aver avuto il tempo di fermentare in me, mi rapì come un’epifania. E così come capita con certi amori che rimangono latenti a lungo prima di scoppiare, finché un minimo dettaglio come il ricordo di un profumo o un gesto o una sensazione non ne accende la miccia, Il corpo del reato mi arrivò e finì per diventare un mio punto di riferimento. È così che si scrive una canzone, pensai. È così che si scrive bene, così si intraprendono strade non battute, vie originali. Non a caso, è una canzone che parla di questo: autenticità, originalità, di come si vivono vite che non hanno né l’una né l’altra.
L’autore afferma che è l’unico brano dell’album La macarena su Roma (2010) che non ha scritto con un’idea pregressa di un messaggio da dare: è, almeno in linea teorica, la canzone meno politica di un album molto politico. Il cantautore sardo (il cui vero nome è Jacopo Incani) afferma inoltre che la sua intenzione era quella di parlare di «un corpo, del corpo nostro in un caso specifico». Difatti è solo attraverso la descrizione di questo corpo che noi ricaviamo chi sia l’uomo al centro della canzone, la sua dimensione esistenziale, sociale, economica: si tratta sì di un caso specifico, ma è una sorta di «corpo universale» o «corpo sociale» che ne racchiude molti, una specie di tipo umano. Di che si tratta è presto detto. Siamo buttati lì, in medias res, all’interno di quello che sembra un caso di cronaca molto comune: un incidente stradale già consumato e un morto. A parlare è un io lirico-Narratore che è sopravvissuto all’incidente e che si rivolge al cadavere di quello che probabilmente è un suo amico (e che a un primo livello rappresenta il «corpo del reato» stesso). Almeno così andremo via via a capire. All’inizio della canzone, infatti, non sarà così chiaro, perché il nostro Narratore, che non ha ancora elaborato l’accaduto, parla al defunto come se questo non fosse davvero morto, dunque la sensazione iniziale è che stiamo assistendo al tentativo forsennato di qualcuno di comunicare con un destinatario che però non prende mai parola. Sembra quasi un genitore che si rivolge al figlioletto capriccioso che fa storie:
Alzati, andiamo, non fare il cretino
Non fare il bambino, ti porto a casa
Ti porto in braccio tornando a casa
Ma presto, se ascoltiamo con attenzione tutte le informazioni che ci vengono fornite, intuiamo che la realtà è un’altra, che la scena è molto più drammatica:
Vuoi stare lì tutta la notte sull’asfalto
Vuoi riposare? Non lo senti il maestrale?
Siamo dunque proiettati in una scena allucinata, una scena da film, dove la lucida follia del monologo del sopravvissuto, un tentativo di dialogare con l’amico morto o morente e di convincerlo ad alzarsi e tornare a casa, ci trasporta in presa diretta nel momento confusionario e delirante che segue l’incidente. Se riletti sotto questa luce, i versi iniziali sono commoventi per il loro tono di cruda ironia, in cui c’è tutta la difficoltà dell’accettare la morte, propria o altrui.
In mezzo al disastro, il nostro io narrante corre a rifugiarsi in quelle che sono le sue certezze, va ad aggrapparsi alle cose da lui ritenute più appetibili, tali cioè da poter convincere l’amico ad alzarsi: prima di tutto rievoca la madre del morente, che lo aspetta a casa, e poi il loro fantastico mondo-paese, che è la Provincia, la vera protagonista della canzone, il mostro che si è preso l’anima dei due (mi piace pensare che in realtà siano entrambi morti, che siano due fantasmi). Presto capiamo infatti come la vicenda dell’incidente sia una sorta di pretesto per mettere in luce il contesto sociale in cui i due hanno vissuto: è una scena drammatica, persino teatrale nella sua intensità, che si fa denuncia sociale. E lo capiamo dai resoconti del Narratore sulla vita di paese che li sta aspettando. L’io lirico, durante questa progressiva rievocazione, assiste allo sgretolarsi delle certezze del mondo a cui appartiene, come gli ultimi bagliori di un impero, di fronte all’immagine dell’amico morto. Costui, l’amico, è in un certo senso colui che impersonifica un tipo umano che in mancanza di una definizione migliore chiameremo l’Uomo della Provincia. Non è un inetto, non un uomo del Sottosuolo, probabilmente è anche un uomo piuttosto felice per quanto confinato in un contesto che è caratterizzato da un certo piattume, mancante di prospettive e soprattutto povero. Potremmo anche dirlo un uomo normale, ordinario nelle sue miserie. Ne abbiamo già una spia all’inizio, in queste parole:
Ci fermiamo a fare colazione, un cappuccino
Le paste alla crema, una sigaretta
Ecco che siamo già proiettati in una dimensione ristretta, che è quella di una vita ordinaria costituita da piccole gioie, come la colazione con cappuccio, brioche e sigaretta. Se l’amico deciderà di alzarsi e seguirlo, se non farà il bambino capriccioso – cerca così di convincerlo il Narratore sopravvissuto – allora si fermeranno per fare colazione. Quale prospettiva migliore? Siamo appunto già proiettati in un mondo chiuso entro pochi orizzonti, dove anche il «poco» ha un’aria seducente, come appare una città coi suoi inviti fatti di luci e vetrate agli occhi di chi non ne ha mai vista una. La sequenza dedicata alla madre, rievocata perché aspetta invano il ritorno del figlio, è memorabile e riesce a restituire, anche nei passaggi più criptici, l’idea di degrado e povertà in cui vivono:
Andiamo non ci pensi a tua madre?
Non ci pensi a tua madre? Ci sta aspettando
Ha appena preso la pensione
E pensa a tua madre ma pensa a tua madre
Ma pensa a tua madre rimasta lì inchiodata
Crocefissa sul portone di casa
In bella mostra in mezzo alla strada
Sarebbe un peccato – fa notare il Narratore al suo interlocutore – morire ora e perciò non tornare più a casa, all'amata casa, tanto più adesso che la madre è appena andata in pensione, che si può godere la vecchiaia, il figlio, proprio ora che non dovrà più lavorare! Che senso avrebbe la vita di una madre, rimasta sola, defraudata di suo figlio? Sarebbe un peccato morire, ma non solo per l’atto in sé, ma perché c'è qualcuno che sta aspettando il ritorno del morente (che con ogni probabilità è tuttavia già morto). Da ciò si denota come la singola vita umana sia considerata, nel suo valore, non per se stessa, in quanto tale, ma sia funzionalizzata al contesto in cui è inserita: la famiglia, la madre pensionata che attende, il paese. Morire qui equivale a disattendere un’attesa, è quasi un atto anarchico, di ribellione. L’amico non deve morire, ma restare aggrappato alla vita, non solo per il valore affettivo, per il dolore che la sua morte recherebbe, che è evidente dalla disperazione delle parole del Narratore, ma in quanto distruggerebbe in qualche modo l’equilibrio di una realtà. È questo che traspare dalle parole dell’io narrante, se lette tra le righe. Notare infatti l'insistenza con cui ripete all'amico di ripensare alla madre, come per riportarlo alla mente di una scala di doveri e bisogni a cui dover attendere: la figura della madre diventa così un ulteriore tassello di questo quadro di prigionia sociale, dando l'idea di un posto che non si può fuggire o abbandonare mai, a cui si è intimamente legati, incatenati, con anima e corpo. La morte non è concepibile anche perché slega il corpo da questo recinto.
Attenti al cane! Attenti al cane! No!
Attenti a tua madre!
Non dice niente, non si lamenta
Sospira soltanto dovresti vederla
Sulla pancia con lo spray le hanno scritto
"JUVE MERDA" (x2)
Coi piedi coperti di fiori
Si guarda la pancia la scritta intendo
E lo sa meglio di me lo sa meglio di te
Che per un figlio appena dato
Uno nuovo tale e quale è ricevuto
Versi memorabili ed enigmatici, che lasciano il senso dell’immobilità e del degrado che traspaiono dall’immagine della madre che, una volta saputa la morte del figlio, non riesce a reagire, quasi non si muove. Come se ne morisse sul colpo, immobilizzata (l'immagine crocefissa sul portone di casa è bellissima nella sua violenza), e diventasse una specie di statua i cui piedi vengono ricoperti da fiori (come se il tempo e gli agenti naturali agissero su di lei) e che è vandalizzata (Juve merda!, scritto sulla sua pancia con lo spray, altra immagine potentissima, potrebbe essere un'ulteriore spia di un mondo provinciale) a tal punto che il cartello «Attenti al cane!» si tramuta in un «Attenti a tua madre!», a rimarcare la staticità e il passaggio del tempo attraverso immagini di surreale bellezza. L’immobilità della madre è sottolineata dalla passività della sua reazione (Non dice niente non si lamenta sospira soltanto), in linea con la realtà del paese. Ancora più straniante è tuttavia la consapevolezza finale che, in fondo, la morte del figlio non cambia lo stato delle cose, nella sua fissità, per cui lei verrà fornita di una sorta di sostituto, anche se non è facile decifrare questo passaggio. Su questo è interessante il gioco di parole contenuto in «che per un figlio appena dato», in cui «dato» può voler dire sia «dato alla luce» (alla vita) sia «restituito» (alla morte), e quindi carica di valenza significativa l'opposizione di vita e morte, rendendola nulla, equiparando i due stati: in questo caso, come vedremo più avanti, si può essere e non essere allo stesso tempo, vita e morte sono assimilabili, perché la vita è appunto uno stato inautentico. Al di là della cripticità (chi sarebbe il «sostituto» ricevuto dalla madre?), questo verso vuole dare l’idea di un mondo in cui esiste un ripercorrersi ciclico degli stessi schemi, per cui per un figlio che muore ne nascerà uno tale e quale che, non molto dissimile da lui, sarà ingabbiato dentro lo stesso sistema e per questo abbraccerà un modello di vita simile. Vuole trasmettere l'idea di un mondo in cui una vita vale l’altra. E ci riesce perfettamente, perché Iosonouncane sa scrivere davvero bene. Ricordiamo infatti come tutta la sequenza che ritrae la madre sia, in realtà, soltanto una prefigurazione futura generata dal delirio del Narratore, che immagina la reazione materna alla notizia imminente della morte del figlio.
Ma ora torniamo lì, sul luogo del delitto, come investigatori a raccogliere le prove sparse nella scena del crimine che è il testo. Notiamo come agli scorci surreali si affiancano poi dettagli, che ricorrono spesso, molto vividi, di assoluta concretezza e precisione, che ci riportano all’immediatezza della scena, come questi:
Pulisciti il viso, mi fai impressione
Mi stai spaventando
Andiamo, lasciati sollevare
Il dialogo in questo modo è reso credibile, oltre che di una struggente intensità, in un crescendo che passa, anche attraverso le diverse modulazioni della voce, da quasi un sussurro a un grido disperato. In altri versi ci vengono forniti dettagli sulle condizioni psicofisiche dell’io lirico. Tutto questo dona concretezza alla scena, che diventa vera, realistica nel restituire la violenza dell’incidente.
Con uno dei passaggi più belli, si conclude poi la sequenza dedicata alla figura materna:
E [la madre] me lo ha chiesto balbettando
Di prendere in ostaggio il direttore
Di una qualche agenzia di viaggio
Ma gliel'ho detto: "Non c'ho le palle, non c'ho il coraggio".
Questa parte è struggente. C’è tutto. Lo stato di povertà economica e socio-culturale, l’ingenuità (che fa quasi tenerezza) con cui balbettando la madre chiede al Narratore di fare qualcosa per salvarli tutti da quella condizione, il desiderio di cambiare e la consapevolezza di non avere mai il coraggio necessario per farlo, ché in fondo è meno rischioso e si sta comodi anche nel proprio brodo. È come se i due fantasmi, ormai estromessi dalla vita, si fossero resi conto postumamente di aver fallito: Ci eravamo ripromessi che saremmo cambiati, che qualcosa l’avremmo fatto. Ma non abbiamo fatto niente. E siamo rimasti uguali a noi stessi, inzuppati nella stessa merda. E ora siamo morti.
Il livello della scrittura si fa sempre più alto. Da qui in poi, in una lunga sequenza, si procede a rievocare il paese, che aspetta il ritorno dei due. E quali sono le attrattive di questo gran mondo?
Torniamo in paese
Dovresti vedere cos'è successo
Ma non sei un po' curioso? Ma te lo giuro
Sembra di stare in un posto nuovo:
Dopo trent'anni abbiamo vinto le elezioni
Te lo giuro
È stato proprio un colpo duro per loro
Mia madre ha pure pianto
Ed io ho fatto lo stesso
Si respira un'aria nuova
C'è un bell'entusiasmo
E da quest'anno si balla
In un chiosco appena aperto sulla spiaggia
Tutti i giorni
Tutti a bere sulla sabbia
E i balli di gruppo, i latino americani
Poi fino all'alba con la techno
E stiamo già organizzando un bel torneo di pallavolo
Di calcetto, di biliardo
La caccia al tesoro
La sagra del pane
Del pesce e del maiale
E se ti perdi tutto questo
Sei proprio un fesso!
Eccole. Abbiamo le sagre di paese, i balli sulla spiaggia, le elezioni vinte (che sanno di epocale trasformazione, quando poi cambia niente o quasi). Questo è quanto. Questo è ciò che vi è di imperdibile e che fatalmente, morendo, si perderà. Tutti i «cambiamenti» che scuoteranno la realtà del paese, dai balli di gruppo alla caccia al tesoro, sollevano un amaro sorriso. Interessante la reazione esageratamente emotiva della madre dell'io lirico alla vittoria delle elezioni, una vittoria che da illusioni di cambiamento, di cui la madre è vittima ma anche compartecipe, quando poi tutto resta immobile, tutto resta come crocefisso sul portone di casa, la Provincia rimane se stessa. La madre piange ed è un'azione che si riflette, specchiata, anche nell'io lirico, che infatti non è escluso da questa realtà, ne fa pienamente parte, anche se solo ora, troppo tardi, sembrerebbe rendersene conto, davanti alla visione del cadavere dell'amico, che porta al risveglio della coscienza, alla consapevolezza: forse quel mondo ora comincerà a scricchiolare, a stargli stretto, e sarebbe curioso se qualcuno scrivesse un seguito di questa storia, una volta che l'io narrante potrà finalmente decidere di cambiare la sua vita, di fuggire (come direbbe Walter Siti: «se non fossi medio troverei l'angolatura per criticare questo mondo, e inventerei qualcosa che lo cambia»).
L'illusione di grandi cambiamenti, cioè l'illusione che le cose andranno in meglio, è uno strumento di costrizione sociale, e da questo passaggio si evince come, siccome nessuno se ne rende conto, diventi anche un valore trasmesso di generazione in generazione. Abbiamo qui una specie di coazione a ripetere, una ripetitività e specularità dei gesti, insita negli atti quotidiani: esiste una sorta di comunione, di comune credenza, che in quel mondo è data a priori, in una determinata scala di valori e di modo d'intendere la vita. Esiste dunque una comunità o una collettività che è complice (del «reato»?) dello stesso sistema in cui è intrappolata, una responsabilità collettiva nel perpetuare certi modelli di vita (è forse in questo che sta il «reato», nella sua natura più profonda). E la descrizione di questo piccolo e misero mondo immoto e cristallizzato, e di ciò che offre, si fa ancora più amara nel momento in cui l'io lirico evidenzia la nullità di questa vita, quella del suo amico (ma forse anche della propria):
Stammi ad ascoltare un pochino
Quelli come te, lo sappiamo
Stanno al mondo solo perché c'è spazio
Mani strappate all'Enalotto le tue
Mani strappate all'Enalotto
Quelli come te, lo sappiamo
Son stati vivi solo quando son morti
Mani strappate al voto di scambio le tue
Quelli come te, lo sappiamo, stanno al mondo solo perché c'è spazio è una citazione a Il giorno del giudizio, romanzo di ambientazione sarda scritto da Salvatore Satta, che è anche lui sardo, esattamente come Iosonouncane, cosa che fa pensare che il mondo qui raffigurato possa essere proprio quello della Sardegna.
Se pensi di fare qualcosa di originale
Ti stai sbagliando
Non c'è niente di più scontato
Di più normale
E molto meno originale di quelle scarpe
Che detto tra me e te davvero
Le ho viste ai piedi
Di almeno trecento persone
In questo passo l'io narrante si sta lasciando andare, nel delirio, a quella che in realtà è una lucida analisi della radicale inconsistenza del proprio amico, vomitandogli addosso tutta una dolorosa verità che, giungendo in punto di morte, assume quasi i connotati di una apparizione mistica o di una «conversione» finale a ciò che in vita non era mai stato dichiarato esplicitamente ma sempre taciuto e rimosso, e che, al contrario della conversione cristiana, ormai non può bastare alla salvazione: la predica fatta dall'io al suo amico, che sia già morto o ancora morente, è totalmente inutile, e quasi lo strappa con forza a una morte lieve, caricandolo invece del peso di tutta una vita anonima. E infatti gli contesta persino la morte quale atto originale: nemmeno la morte costituisce un atto autentico e vero (sintomatico di questo è il fatto che all'inizio della canzone la morte dell'amico sia percepita come uno scherzo da bambino, come se anche nell'atto di morire venisse privato dello statuto di veridicità che in vita non ha mai avuto), anzi il trapasso è il momento in cui diventa manifesta l'inautenticità di tutta una vita, anche a partire dal fatto che si tratta di una morte terribilmente comune, che stronca una vita altrettanto già vista, che si protrae arrancando in un costante tentativo di emulazione e bisogno di accettazione e di appartenenza al gruppo, mai vissuta realmente, mai iniziata, che si compie solo una volta che si è esaurita (Quelli come te, lo sappiamo, son stati vivi solo quando son morti). La morte non è un atto originale (concezione un po' antiromantica) ma il naturale proseguimento di una vita anonima. Ed è per questo che la morte è equiparata alle scarpe, e in generale al vestiario (come vedremo nel finale), che diventano simbolo dell'appartenenza, della subordinazione alla norma. Indossare quelle scarpe, in senso semiologico, comunica questo: Anche io sono questa cosa, anche io ne faccio parte, quindi accettatemi, quindi accoglietemi.
Si tratta di uno dei motivi cardine della canzone. E lo si può brevemente riassumere con questi concisi versi, quantomai attuali, di Sandro Penna: Felice chi è diverso / Essendo egli diverso. / Ma guai a chi è diverso / Essendo egli comune. In sostanza: per differenziarsi davvero bisogna farlo fino in fondo, ed è molto facile ritenersi diversi, o semplicemente persone dotate di un pensiero critico e autonomo, quando in realtà ci si percepisce tali non per la nostra unicità ma in quanto esiste un «gruppo» dietro, come un'impalcatura che ci sorregge, che elabora ciò di cui ci riteniamo autori e di cui in realtà siamo solo interpreti, cioè ripetitori, promotori dell'idea del gruppo. La mia diversità è di massa, così direbbe di nuovo Walter Siti.
Ma a questo punto non c’è più niente da fare: il nostro amico, nonostante l'insistenza dei tentativi, non si alzerà più (Allora hai deciso, sei proprio convinto di fare qualcosa, qualcosa di originale), e ci arrendiamo. Non so che cosa fare! grida infatti, nella disperazione e nel panico, il Narratore, e quanto dolore che risuona nella sua voce! Arriviamo, così, all'inevitabile sequenza descrittiva che spiega l’accaduto, che rende palese ciò che è ormai evidente, ovvero che questa persona a cui ci stiamo rivolgendo è morta. Nel finale ci viene rivelato tutto ciò che va saputo sulla questione aperta, niente di più niente di meno, e questo viene fatto attraverso una concisione chirurgica, in una manciata di precisissimi versi urlati con folle disperazione, ma anche con tanta amarezza e disillusione, per questo ritratto di miseria umana in cui il singolo corpo diviene simbolo. Ogni verso dell'ultima sequenza, che è la ciliegina sulla torta di questa canzone, è essenziale e preciso, quanto basta per restituire la scena ridotta all'osso, scarna, denudata di inutili abbellimenti, e ogni verso si fa sempre più affilato, sempre più puntuale nel cogliere il nervo scoperto, il dettaglio più amaro. Viene dato prima uno scorcio sull’incidente a cui segue poi l’immagine indimenticabile del corpo morto del malcapitato, analizzato al microscopio, nella sua frammentazione, fino alle vesciche presenti sulle mani. E tutti questi dettagli vanno a rivelare la verità sull’uomo che fu, verità che risiede nei particolari, quelli che costituiscono il corpo del reato:
Ascoltami bene, ti stai sbagliando
La verità sta nei dettagli
E allora te li elenco
Così, passando a una sorta di narratore onnisciente che cristallizza un punto di vista esterno e «scientifico» nella sua oggettività, inizia la sequenza finale, da brividi: è la descrizione del corpo del reato. Il procedere della scena è realizzato in modo magistrale, con una restrizione della focalizzazione, del campo visivo, che passa dall'ampio manto celeste cucito sulla Strada Provinciale all'analisi, realizzata quasi con macabro feticismo (ma anche con quella vividezza e concretezza conferite dall'elenco freddo e chirurgico di oggetti e particolari), della singola macchina, poi dei vestiti, delle tasche, del corpo e infine dei più piccoli dettagli, come in un progressivo zoom (operazione che conferisce grande letterarietà e che ricorda la gaddiana descrizione del cadavere nel Pasticciaccio). Abbiamo il tragitto, il pezzetto di mare in lontananza che sembra prefigurare una vacanza piena di attese e speranze, un'estate alle porte da vivere, da sognare nello spazio della macchina che corre, corre troppo veloce, fendendo una notte fonda, come un coltello nel burro, nella tranquillità che esonda dal cielo sereno e dal leggero maestrale. La macchina vecchia e con tanti chilometri alle spalle, che però ha uno stereo strepitoso, che da nell’occhio, di cui si possa parlare, un vanto, come il tatuaggio tribale di questo trentenne steso sull’asfalto, proprio come il suo abbigliamento costoso, che non è originale, ma che certo contrasta coi pochi spicci in tasca e le mani callose a causa del lavoro: faceva il muratore. Così si chiude un cerchio.
E la cosa più spaventosa, ciò che mi ha fatto tornare alla mente questa canzone, sta proprio qui, in questo vero e proprio quadro finale, il ritratto di un uomo e, come dicevo, anche di un tipo umano, di un «corpo universale». La mia madeleine è stato vedere quest’uomo davvero, e trovarmelo in casa come resuscitato, identico alla sua descrizione, e vedere le sue mani e i suoi due cellulari e pensare cazzo, ecco che cosa voleva dirmi la canzone. Che questa realtà stava sotto i miei occhi e manco me n’ero accorto. Nei dettagli, stava la verità.
Sarà forse per questo che ogni volta che sento l’ultima sequenza, quest’ultimo pezzo, quest’ultimo quadro di un corpo, di una vita umana spiaccicata sull’asfalto, non riesco a non piangere. Sarà forse perché ho visto un uomo vero, un uomo a cui volevo bene, rispecchiato in questa descrizione. In quell’abbigliamento sportivo curato e costoso, che sembra più uno sfogo che un’esigenza, in quel mazzo di chiavi e due cellulari, quei due cellulari uno sopra l’altro sul tavolo che ogni tanto sbirciavo mentre giocavamo a carte, oh giocare a carte, non c’è niente di meglio, e poi in quelle mani piene di calli, in quelle vesciche, in quelle ferite di una vita frantumata verso cui io provavo insofferenza e per la quale avrei voluto alzarmi e dire basta giocare e facciamone qualcosa di più di questa vita, qualcosa di diverso, di più di questo, della partita di carte e dell’abbigliamento costoso, oltre tutto questo niente, sei un essere umano o no? ma non te ne rendi conto di essere vivo? Ma non ce la facevo. Stavo zitto. Sapevo che era uno dei tanti, ma gli volevo bene ed ero insofferente per lui, che stava al mondo solo perché c’era posto, e per quelle mani da re Macbeth che erano destinate all’Enalotto e al voto di scambio. Poi guardavo le mie, le mie mani e mi chiedevo: che cos’è che mi differenzia da lui? c’è forse qualcosa che mi rende superiore, c’è qualcosa che rende la mia vita migliore, più autentica, diversa? E vedevo le mie scarpe che ho visto ai piedi di almeno trecento persone e poi rivedevo quell’uomo che era un mio parente ma che avrei potuto essere io o che potrò essere io arrivato alla mezza età di una vita sbagliata con la pancetta e due cellulari, con le app di incontri e i giochini sul telefono per perderci il tempo, per non accorgersi che esiste un tempo e che è nostro e che non sappiamo più che cosa ne stiamo facendo, e ho pensato cazzo, Iosonouncane, ma ci hai proprio preso, guardiamoci, siamo proprio noi, tutti noi. Questa cosa qua morta schiacciata sull’asfalto sono io. O sarà piuttosto la povertà sarà la provincia il problema, è questa cosa della denuncia sociale, della provincia che uccide, ma la verità è che non può essere solo questo, non sono la sagra del paese e le feste in spiaggia, non è solo la denuncia al mondo chiuso di un paesino che uccide, e la verità è che questa provincia mi pare abbia più i contorni dell’anima nostra, e mia pure. E allora come uscirne, come fare per non arrivare a questa fine, con una vita del genere spenta tra le mani? Qual è davvero il reato che ci ha ingabbiato, quale peccato originale? Qual è la linea di confine che separa una vita autentica, straordinaria, originale, una vita da vivi, da questa qui? Cosa c’è oltre, cosa c’è di più che possiamo chiedere alla vita, dove trovare qualcos'altro di migliore? Nei libri, nelle canzoni? No no, da qualche parte nella vita dev’esserci, e mi sono chiesto dove possiamo salvarci, dov’è la salvezza? dov’è che iniziamo ad essere autentici, ad essere veri, ad essere vivi? Chi si salva da questo, chi davvero può dirsi salvato?
Non trovo risposta. Non trovo risposta perché a me sembra che alla fine questa canzone si prenda tutto, sembra che non lasci spazio a nulla, che si prenda tutta la vita e ce la spiattelli come qualcosa di davvero misero. Mi fa provare la sensazione di vuoto che solo John Williams con il suo Stoner ha saputo mettere nero su bianco in modo così struggente, nella scena finale, dove un uomo mediocre in punto di morte fa il resoconto della sua vita mediocre:
“Aveva voluto essere un insegnante e lo era diventato. Eppure sapeva, lo aveva sempre saputo, che per buona parte della sua vita era stato un insegnante mediocre […] aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza. E che altro, pensò. Che altro?
Cosa ti aspettavi?, si domandò.”
Qual è il reato ne Il corpo del reato? Esiste una vittima o persino un colpevole? O chi viene ucciso è a sua volta assassino, vittima e carnefice? Come dirlo, se appunto nemmeno sappiamo quale sia il crimine commesso? Ed è questa la domanda che mi ha spinto a scrivere l'articolo. È la domanda che dovremmo porci e che mi strugge, mi assilla ogni volta che ascolto questa canzone, ogni volta che mi chiedo come si arriva a sentirsi emancipati da questo delitto sistematico di cui facciamo parte e di cui bramiamo di far parte, ogni volta che vogliamo incasellarci in un gruppo, che ci smantelliamo e facciamo a brandelli noi stessi, come le sorellastre di Cenerentola che tentano di far entrare il piede nella scarpetta a tutti i costi, per riuscire a inserirsi in qualcosa e a farne parte, senza intoppi, senza eccessi. Anche a nostra insaputa, godiamo dell’ingabbiarci a vicenda nella stessa rete. Ci costruiamo prigioni solo per poterne fuggire. Per giocare a guardie e ladri. E continuiamo a perpetrare collettivamente, con complicità, il reato di cui siamo poi vittime.
A me questa canzone fa pensare con amarezza a tante cose. Ai caffè la mattina. La pausa sigaretta per staccare. A quando ci si fa belli per un evento, pronti per il ricevimento. Ai tristi inverni della Sardegna, quando non ci stanno i turisti. Al prossimo Sanremo, sempre più imminente. Alle conferenze dove professori annoiati spiegano qualche poeta ai quattro gatti presenti. Al vitale bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Ai capodanni. Alle estati, agli animatori sparsi nei villaggi estivi. Alle cose che fai che dici, sperando di piacere. Ai libri che vorrei leggere. Alla noia che mi viene a pensarci. A quasi tutto e a niente.
