

“Solo due cose contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington. Il resto sarebbe meglio che sparisse, perché il resto è brutto…” (Boris Vian, La schiuma dei giorni)

Scoprii che Vian era stato un ingegnere che nel tempo libero si divertiva a fare lo scrittore, il poeta e il musicista (ma che nella sua vita alla fine aveva fatto un po' qualsiasi cosa). Poi scoprii che da questi ritagli di tempo ne erano usciti fuori una decina di romanzi e qualcosa come cinquecento canzoni. E che la più famosa di queste era un manifesto di pace controverso tra jazz e poesia intitolato Le Déserteur (1954), cantata un po’ da tutti da Joan Baez a Fossati. Scoprii che a casa qualcuno (chissà chi e quando) aveva comprato una sua raccolta di poesie e che erano tutte molto belle, piene di vitalità e ironia, come Io non vorrei crepare¹, la più conosciuta. E infine che era malato di cuore, condannato fin da bambino da un'insufficienza valvolare dell'aorta, ma non per questo si privò di suonare la tromba tutta la vita, fino a notte fonda; cardiopatia di cui morì neanche quarantenne in un infarto, alla proiezione di Sputerò sulle vostre tombe, adattamento di un suo romanzo pulp pubblicato sotto pseudonimo fittizio per sfuggire alla censura. Leggendo Boris Vian imparai che amava la vita e la libertà più di tutto il resto, che sputava su regole e convenzioni, anche quelle della letteratura, motivo per cui pur amando la cultura e il suo movimento sapeva anche criticarla nel momento in cui questa si omologa e si trasforma in una posa, un modo di sentirsi parte di qualcosa: così la rappresentazione ironica della “moda dell’esistenzialismo” che si ritrova nella Schiuma dei giorni, dove uno dei personaggi compra ossessivamente, fino a indebitarsi e a fare la fame, tutto ciò che scrive la star della filosofia di quel tempo, un certo Jean-Sol Partre.
Non molto dopo aver letto il romanzo, alle soglie dell’estate dei miei diciott’anni, accadde qualcosa che non mi avrebbe più fatto dimenticare di Boris Vian. Era una splendida giornata di sole, che quasi prefigurava l’estate dorata di cui sognavo a occhi aperti, e stavo uscendo con una ragazza con cui mi vedevo in quel periodo e verso la quale dovevo ancora capire quali fossero i miei sentimenti. Quel giorno entrammo chissà perché in una libreria di Milano dove tra gli scaffali, reparto poesia, mi misi a sfogliare per caso una raccolta di Jacques Prévert. Ricordo di aver letto alla ragazza qualche poesia d’amore, di quelle famose, di quelle più instagrammate. La poesia di Prévert non la entusiasmò più di tanto. Ma prima che richiudessi il libro scorsi tra i titoli delle poesie, di quelle che non avevo mai sentito prima, il nome di Boris Vian. Così scoprii che Prévert aveva scritto una poesia semisconosciuta dedicata proprio a lui, a monseigneur Boris Vian in persona, l’eroe della libertà e dell’ironia e della vita vissuta con pienezza fino all’ultima goccia, questa l’idea che mi ero fatto. La poesia che andavo a leggere me la riconfermava:
Boris giocava alla vita / come altri giocano in Borsa / a guardie e ladri / Ma non come un baro / signorilmente / come il topo col gatto / nella schiuma dei giorni / tra i bagliori della felicità / Giocava con la tromba / come giocava col crepacuore / Era un buon giocatore / ininterrottamente rimandava la morte / all’indomani / Condannato in contumacia / sapeva bene che un giorno / lo avrebbe rintracciato / Boris giocava alla vita / e aveva per lei delle attenzioni / La amava / come amava l’amore / da vero disertore dell’infelicità.
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La poesia di Prévert è un inno a ciò che Vian rappresenta, costruita su citazioni ai suoi libri e alle sue canzoni, come un collage o un ritratto cubista. A rimanermi impresso fu il verso finale – e diventò il verso della mia adolescenza: «da vero disertore dell’infelicità». Si tratta di un gioco di parole: la figura del “disertore”, appunto, titolo della bellissima canzone manifesto di Vian, si trasfigura in Vian stesso quale disertore dell’infelicità, una sorta di giocoliere che si destreggia sgattaiolando tra un destino prestabilito di infelicità e miserie e sceglie di non perseguirlo. Subito mi misi a pensare a quelle parole, a ciò che significavano per me. Ci penso tutt’oggi, ma in quel periodo la loro portata sulla mia persona era ancora più forte. Io avevo diciott’anni, stavo cambiando e in qualche modo me ne rendevo conto: era un momento in cui desideravo essere e fare altro rispetto a ciò che era stata la mia vita, e in cui avevo la consapevolezza che piano piano ce la stavo facendo, a cambiare, a migliorare. Mi trovavo in un periodo in cui avevo capito che se fino ad allora la mia vita adolescenziale non era stata quella che avrei voluto che fosse per me, non voleva dire che non potessi farla rinascere. Mi stavo rendendo conto che avevo la facoltà di disertare dall’idea che io avevo di me stesso, quella di una persona timida e insicura e destinata all’oscurità, e che potevo essere anche altro, una persona in grado di fare cose di semplice difficoltà quali divertirsi, stare con gli altri, cogliere barlumi di felicità condivisa. Cose che non erano scontate per un adolescente post pandemia come me che ancora faticava ad avere un gruppo solido di amici e che solo da lì a poco ci sarebbe riuscito, a far parte di questo famigerato «gruppo», che finché ci stai fuori ti fa sentire solo come un cane. Il mio motto di vita era stato (ma sempre vero rimane) quel verso di Dalla: «Ma la cosa eccezionale, dammi retta, è essere normale»². Ovvero: la fatica di aggregarsi. La fatica di assottigliarsi agli altri. Lo strazio di riuscirci.
Ma perché il verso di Prévert è così bello e memorabile, dove sta la genialità? Sta in questo, nel fatto che il disertore dell’infelicità, pensai lì per lì, non è solo qualcuno che sa come essere felice, un feliciotto per caso, ma è chi, con tutta la fatica della volontà e della sua coscienza, è riuscito a disertare da una condizione pregressa, obbligata di infelicità, in quanto percepita come tale e che io percepivo come tale, quale è l’obbligo della leva, e che solo dopo questo atto liberatorio è riuscito infine a essere felice, solo dopo essersi affrancato dalle catene di un certo pensiero che lo autocondannava. È qualcuno che alla fine ha detto no, io non sono solo questo! – e ha scelto di cambiare. E io mi sentivo così, uno che aveva disertato da sé, dal vincolo del suo passato e stava cambiando, o almeno che sperava in questa metamorfosi. Ciò che mi affascinava era proprio questa differenza, un passaggio sottile ma essenziale, tra chi appare in grado di stare nel mondo e chi ha dovuto lottare e cambiare se stesso per imparare che c’era un posto anche per lui, cioè colui che ha disertato l’infelicità. L’atto di disertare presuppone una scelta. Riguarda più esattamente chi è riuscito a fuggire da questo senso pervasivo di infelicità e di sconfitta, che agisce come effetto placebo e porta a sentirsi vinti, a sentirsi vittime. È quel tipo di infelicità, così comune in chi si sente un fallito, vissuta con un senso di provvidenziale inevitabilità, un po’ come Vian che pregustava la certezza della morte sentendola bussare nei battiti del suo cuore malato. Come a sentirsi parte di una tragedia greca in cui ogni avvenimento è funzionale all’inanellarsi di una storia che porterà a una terribile conclusione che sta lì da sempre, predestinata apposta per noi (simile a quel senso di pacata rassegnazione tutto siciliano che si ritrova nei Malavoglia di Verga). Questo sentire, il sentimento di percepirsi condannati all’infelicità, è in realtà autoindotto (ciò valeva soprattutto per me e me ne rendevo conto dopo aver letto il verso), non è altro che una profezia che si autoavvera, quando cioè una o più persone credono talmente tanto alla fatalità di qualcosa che è come se sospingessero quella ad accadere – e così accade. Si diventa in questo modo fautori delle proprie stesse maledizioni, che appaiono fuori da sé, fuori dal proprio controllo, e invece ad azionarle siamo noi, sono io.
Così, dopo aver letto la poesia, mentre pensavo che stavo in quell’età in cui non si può essere seri, che come dice Rimbaud cantato dai Têtes de Bois «non si può essere seri a diciassette anni», mi inorgoglivo a pensare che in fondo anch’io ero o stavo diventando un vero disertore dell’infelicità. Quella sera stessa, dopo l’uscita del pomeriggio, uscii con un’amica, a cui raccontai le stesse cose che ho scritto qui, forse un po’ meglio di come ho fatto ora, perché forse ci esprimiamo con più puntualità quando abbiamo davanti qualcuno che vogliamo capisca a tutti i costi qualcosa che ci sta a cuore. Il succo, comunque, era questo. E così, per le strade di una notte chiara sferzata da un vento piacevole, osservati solo da qualche statua, le raccontai di Vian che suona la tromba fino a notte fonda nonostante il crepacuore, del disertore dell’infelicità, della differenza tra chi è felice e basta e chi invece trasgredisce un’infelicità percepita come pregressa, da vero disertore, e infine anche un po’ di me. Lei mi disse che quando raccontavo tutte queste cose ero scopabile³. Nessun altro commento, solo questo minuzioso aggettivo. E in quel momento sentirmi dire questa cosa mi rese molto contento, fu abbastanza per rendermi gioiosa quella sera. Forse era l’unica cosa giusta, sì, quello che sotto sotto volevo sentirmi dire. Poi, confrontando lo scarso entusiasmo verso Prévert della prima ragazza a quello, opposto, dell’altra, decisi che in fondo mi piaceva di più la seconda⁴. Non un metodo molto affidabile o scientifico per prendere questa decisione. Ma così funzionavo io, a quanto pare. Una scelta affrettata, discutibile⁵, ma in fondo andava bene, sì andava bene perché quel verso di Vian mi aveva reso un po’ più consapevole di me stesso, e mi rendevo conto che stavo andando nella direzione giusta, quella che porta a essere una persona in grado di volersi bene. Leggere quel verso era stato un momento in cui, per una volta, avevo potuto congratularmi con me stesso, e dirmi “bravo”. Ero felice, perché sentivo di trasformarmi, di agire. Un pezzetto di me era cambiato – e ora lo sapevo, perché avevo trovato un verso di tre parole che mi definiva – sicché i miei sogni vibravano nella notte calda, mentre tornavo verso casa. Ogni giorno avrei avuto l’obiettivo di migliorarmi⁶, uscire dalla tana, assumere il coraggio di vivere, di stare al mondo senza temerlo; liberarmi da questa cieca paura, dall’idea che mi ero fatto di me o che gli altri potevano avere su di me. Che importanza aveva? Il passato è morte, è cenere sporca sulla coscienza. Come Boris Vian, io diserto! e da quel momento in poi avrei potuto, come lui, cantare a squarciagola, senza paura:
Gelatì, Spaghettì,
Frittatì, Legumì… Paninò, vitellò,
Forrrrmaggiò e brrrrodo di pollò
Minestrà, senapà, gazzosà
E cioccolaaata
Les signori, ils sont servis! ⁷
Con quella semplicità che è del vento che striscia sulla pelle e della musica che passa per le orecchie, dritta al cuore come una spada affilata. Con quella semplicità di chi si prende poco sul serio, di chi sa che per scrivere una canzone come quella qui sopra basta una motivazione leggera, giocosa nella sua paradossalità: «I never went to Italy so I had to write a song about it to know it»⁸. Ma a volte una motivazione non serve proprio. A volte è ancora più semplice. Vivere, come si fa? Ogni giorno, disertare l’infelicità.
Questi sono i versi finali (ma leggetevela tutta): «Non vorrei crepare / Nossignore nossignora / Prima d'aver assaporato / Il gusto più intenso / Non vorrei crepare / Prima di aver gustato / Il sapore della morte...»
Citazione tratta dal brano Disperato erotico stomp di Lucio Dalla, contenuto nell’album Com’è profondo il mare (1977), su cui il collega n.m. ha scritto una succulenta Madeleine (leggetevi anche questa): il pezzo, molto bello, rispecchia con discreta fedeltà il mio scenario sentimental-amoroso in quel periodo, già a partire dal titolo.
Preventivamente, in caso la lettura dell’articolo induca la medesima reazione, si dichiara che non era questa l’intenzione dell’autore, i cui articoli sono tutti scritti per scopi di assoluta nobiltà.
Se qualcuno si riconosce in questa storia, si rassicuri: sto un po’ romanzando e non è del tutto vero che io abbia scelto di farmi piacere una ragazza al posto di un’altra solo perché entusiasta della mia spiegazione di tre parole di un verso. Credo.
Non è di mio interesse raccontare qui il resto della storia ma, spoiler, non finisce molto bene. Così va la vita.
Non è andata poi davvero così, perlomeno non sempre (è una conclusione un po’ ottimistica). Ma ci siamo capiti.
Huit jours en Italie (Otto giorni in Italia): cantata da Vian e poi anche da altri, è un’Espresso macchiato di Tommy Cash ante litteram.
Si veda la spassosa e brevissima intervista posta in fondo all’articolo (ovvero qua sotto).
