Forse ho capito la trap, e anche qualcosa in più
Bisogna confessare che, pur in una missione di dissacratoria modestia e di rifiuto di intellettualismi e snobismi di tale sorta, io, quale sedicente umanista e incipiente losco professorino liceale, ho sempre avuto una certa sordità nei confronti e del rap e della trap in Italia, nei confronti di gran parte della cultura italo-hiphop e derivati, fatta eccezioni per personaggi cui tutt'ora riconosco grande spessore, ma sovente più storico che intrinsecamente artistico.
Si escludano dal novero dei rinnegati Fabri Fibra, Massimo Pericolo, Nitro ("""errori""" di gioventù) e forse a volte Salmo e per me la cultura Hip Hop italiana ha smesso di offrire qualcosa. Adesso si esagera, si provoca, ma la trap in particolare ha suscitato in me un'invalicabile antipatia, che in certi periodi di particolare palinculismo (chiamasi palinculismo la chiusura di fronte ad una qualsiasi forma di produzione culturale e/o artistica per pregiudizi di forma derivati dalla fastidiosa "formazione scolastica") toccava vette di animosità potremmo dire militante, con rumorose (ignoranti) rivendicazioni di cultura dalla gradinata di cui mi sentivo parte, di quelli "che ascoltano la musica", che, come si sa, costituisce una sorta di curva di repressi, depressi e soppressi del grande stadio del mondo che dopo aver riprodotto anche senza prestarvi orecchio un album dei Doors, un album di Tyler, the Creator e un album di Lucio Battisti, si sente culturalmente sopraelevato rispetto al volgo brancolante nel buio del pop mainstream.
Fatta questa premessa doverosa, che chiarisce la seconda parte del titolo di questo pezzo, vi informo che l'altro giorno mi sono imbattuto nella mitica figura di Melons, il cui nome d'arte, sia detto, tuttora non mi convince, e, quasi per aver solide ragioni per cui continuare a non ascoltare la tanto ripudiata trap (sia detto per inciso, la chiamo trap ma potrebbe anche trattarsi di un qualche altro microgenere di cui non sono pienamente a conoscenza, ma non penso sia questo il punto), ho riprodotto una delle canzoni con più ascolti, Non andare via, ed ho deciso di recuperare la discografia Melonsiana per intero.
E questo è il mio elogio di Melons, grazie al quale forse ho capito la trap, o forse è solo un'innata simpatia nei suoi confronti, dovrei approfondire altri artisti per dirlo con certezza però il titolo così rimane un po' più suggestivo. Seguono annotazioni che partono da alcuni momenti, e tengo a precisare che ho rigettato ogni afflato monografico in questa sede dal momento che sarebbe quantomeno inappropriato vista la vocazione estemporanea, improvvisata, e orgogliosamente semplice della materia prima di cui si tratta.
Osama, title track che inaugura una trilogia ep-album-album che si conclude nel 2025 con Osama 3 (La morte di Osama) (idea di concept, va detto, debolissima e superflua) è una canzone breve e senza ritornelli, pause o bridge, fronzoli strutturali ecc. È una sorta di skit, ("Vi attaccate ad ogni moda, io vi infilo nel baule", ogni tanto interpongo qualche citazione senza una ragione precisa) "forma di sketch parlato che appare all'interno di un album musicale".
Prendo ad esempio le strofe di questa canzone, ma vale per tutte le migliori strofe di Melons: barre estremamente immaginifiche, nel senso forse improprio di genera-immagini, per l'efficacia concisa, la densità della descrizione nello spazio di una strofa. In questo brano si mischiano una visione cruda e violenta della realtà con immagini estremamente semplici e dirette che riguardano lui e la vita di strada da lui rivendicata, come prevedono i precetti del genere, enfatizzate peculiarmente dallo spirito sadico che viene auto-diagnosticato (non so se sia real o meno, e non penso sia rilevante) come nelle barre succitate, e anche dal titolo, che allude proprio a Bin Laden, al quale si sente per tristi ragioni accomunato.
In fondo ai testi, tuttavia, è come se fosse maldestramente celato un dolore che innerva la musica. Se i beat mi sembrano anonimi e piuttosto cliché, il flow di Melons riesce ad accompagnare in modo funzionale l'intensità del testo, così che riesci ad arrivare in fondo alla strofa e a tirare un sospiro di sollievo, con l'espressione che hai quando finalmente finisce una scena particolarmente disturbante in un film thriller/violento/horror (credo, ma lo dico da non frequentante del genere).
Potrebbe essere una mia forzatura, ma vedo dietro agli accenni autobiografici e le rivendicazioni sulla vita criminale una richiesta d'aiuto, una piccola luce bianca (Quando la tua life si spezza, quando quell'auto sterza / Quando è morto my guy aspettava una sentenza) di quelle che a stento sanno farsi vedere e non illuminano niente, e allo stesso tempo la coscienza che la sua sia una strada senza via d'uscita, la stanza buia in cui si trova questa lucina, come dice in Karaoke: Ho visto le mie mani sporche, il sangue che grondava / Mi son messo sotto la doccia, merda, non si lava
Seleziono porzioni di brani a caso, anche se effettivamente nei 6 anni di carriera, Melons ha virato sempre più verso la canzone canonica, con ritornelli, autotune e testi meno grevi, verso una graduale omologazione. Una scelta comprensibilissima che va incontro alle necessità di mercato, ma non ha venduto del tutto la vivida capacità di descrivere in-yer-face la sua vita.
La violenza esaltata, a lungo andare, sembra come l'ostentazione di una libertà assoluta, che però rimane confinata in quella stanza buia, ed è proprio su questa ferita che costruisce la sua piccola mitologia amorosa nei brani che poi sono quelli più commerciali, ma che inseriti nella discografia generale diventano, per contrasto, come tentativi di fuggire da questa stanza buia disegnando delle finestre sui muri, magari con il sangue, ma forse mi sono spinto troppo oltre.
Non andare via oltre che una hit di Melons feat. Artie 5ive, è anche il titolo della traduzione italiana di Gino Paoli di Ne me quitte pas, di Jacques Brel, 1958, e in qualche modo ha perfettamente senso metterle a paragone. Sono passati solo 67 anni, e bisogna ammettere che la musica è cambiata, e molto più di altre cose come per esempio il cibo, le persone, i vestiti, le case, i meccanismi di riscaldamento; in realtà forse i meccanismi di riscaldamento sono cambiati molto, non sono informato a riguardo.
Ogni tanto fa bene riscuotersi dal lungo processo della vita e pensare che tutto cambia / nulla resta uguale, per citare un altro grande. Però a volte mi sembra che ad osservare le cose si smetta di vivere, e capita che non si faccia altro che osservare, e più tempo passa, più penso che rendersi conto delle cose grazie alla distanza non sia il meccanismo conoscitivo più efficace per mettersi la vita addosso, insomma bisogna riconoscere che la distanza del lettore, dello spettatore, dell'ascoltatore, o detto in modo esplicito, l'esperienza estetica, non può che essere una parte complementare, alla quale bisogna prestare attenzione, e che forse andrebbe addirittura rivalutata, ovviamente parlo per me (ma anche a quelli della gradinata di cui sopra). #decentralizziamoladistanzaestetica, è lo slogan di una manifestazione radicale che sto vivendo interiormente e destabilizza, a pensare al tempo speso per allontanarmi e adesso cerco di rientrare a vivere le cose in faccia. E in qualche modo, colpo di scena, questa è la stessa differenza che c'è tra le due Non andare via.
Parto da Brel/Paoli. Una canzone d'amore, una poesia delicatissima, sostenuta a stento dalla melodia che si impenna nel ritornello che stringe il cuore e ti fa rivedere il sentimento dell'amore nello stesso modo in cui vedi le perle di pioggia (dal testo della canzone) sul vetro della macchina. Mi fermo qui perchè il titolo del .doc mi riporta in carreggiata. Quest'ultima nota è della canzone la delizia e anche la croce. È un gioiello astratto, sospeso nel vuoto, è un amore vissuto trasfigurato e sublimato nell'arrangiamento etereo che ne ha fatto Paoli, che con la sua vocina ti ricorda che l'amore esiste. Ma se bisogna trovare un limite: non si sporca le mani.
Della canzone del 2025, che per qualche ragione è occupata in buona parte dall'insopportabile voce di Artie 5ive, tengo in considerazione solo la strofa finale, l'unica di Melons. È una strofa piuttosto chiara e lineare, diretta, rappata velocemente tra un ritornello e l'altro, e di nuovo, un po' brilla in alto a sinistra una lampadina nella stanza buia. Tante cose non mi piacciono, non mi suonano bene: è una strofa con le mani sporche.
L'immagine della camera buia mi è stata suggerita dallo stesso Melons in Petali: Questo dolore è una stanza e non posso andare, la citazione migliore tra quelle che ho rilevato nei miei ascolti. Petali è peraltro un'altra canzone molto conscious rap, che però parla della criminalità all'imperfetto come se avesse superato quella fase, ed infatti è nell'album La morte di Osama. È l'unico motivo in cui ho trovato riscontro del concept.
In Non andare via, la strofa di Melons parla di una vita indossata, e infatti gli basta quella strofa (concessagli dalla discutibile scelta di ospitare la fastidiosa voce di Artie 5ive) per raccontare una storia, che attraversa carsicamente i progetti di Melons, quelle finestre disegnate di cui sopra: una storia d'amore difficile, l'unico fiore che è sbocciato dentro a zona nostra, e si riesce ad immaginare una storia vera, una storia a volte banale, a volte esagerata, portata in canzone ma che rimane vera, palpitante e indossata come forse Melons ci insegna che la vita dovrebbe essere (aggiungo che nelle interviste Melons dichiara di girare per Verona con un martello, quindi mantengo delle riserve sulla sua candidatura a catechista etico postmoderno, ma l'idea non mi dispiace).
M. viveva quotidianamente lo sposalizio con la criminalità, una vita di eccessi, violenza e droga, S. (Stellina, come il nome della canzone di M. che potrebbe essere dedicata alla stessa persona) è rimasta fuori da queste follie suburbane, è l'unico fiore che è sbocciato in quella zona morta. Un giorno si incontrano, ancora sono giovani e brillano entrambi di quella virginale purezza che è solo dei santi e dei bambini, ma è per poco. Nasce una storia, ancora non lo chiamano amore, vissuta nei polverosi angoli che trovano nel girone infernale in cui ogni volta devono tornare a scontare una pena inspiegabile, per una colpa che li ha piagati prima ancora che nascessero.
Con il tempo, la vita di M. si inabissa, non vede più la possibilità di un'isola e diventa il generale della guerra di strada, ed S. fatica sempre di più a sacrificare la serenità per inseguire un amore che è bello ma anche fragile come un fiore. M. si spende in promesse di rinascita che però vengono contraddette dalla bestialità con cui affronta la situazione in cui è capitato, la perdizione, un'inerzia violenta e sadica. Non c'è ancora soluzione, l'amore rimane sospeso in questa incertezza, e la cosa più bella è che nella prima barra dice tu sei la mia roccia, però alla fine "Io ho visto lei e penso «Voglio custodirla»". M. e S. sono protezione e salvezza, sono sopravvivenza e vita, ma forse ancora una volta mi sono spinto troppo oltre, però mi viene da pensare:
dove sta il confine? Dove smette di dire lui e inizio a sentire io? È dunque vero che l'arte è fatta non è data?, di nuovo interrogativi pesanti incombono mentre esploro la discografia di Melons, di nuovo il dilemma arte-vita si ripresenta come una cipolla mal digerita, se quella di Melons non è arte, se non arriva a quella stratificazione semiotica che dà anima all'opera d'arte, non rimane che il racconto della vita, e quello che è la vita dovrebbe essere il centrotavola, o forse non è così…
Riporto la strofa:
(Ricopio quasi tutta la strofa con la divisione di un sonetto perchè fa ridere ma fa anche riflettere).