
Alcune considerazioni sulla sigaretta che forse dovevano essere tagliate ulteriormente
Di Niccolò Funari e Tomas Consonni
“la meta di tutto ciò che è vivo è la morte”
Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere (1920)
“Dai facciamo un’altra zizza e rientriamo”
Tommaso Della Valle, Aforismario (inedito)
Introduzione
Niccolò purtroppo fuma e Tomas fortunatamente no ma entrambi i postmoderni amici pensano sovente al dispositivo sigarettico; lasciano qui scritta qualche riflessione biograficamente accurata circa “la zizza”, la migliore amica di ogni (nostra) serata.
NOTA BENE: le varie “note al paragrafo” sono state inserite a scopo squisitamente retorico: non avendo altro modo di presentarci come autori autorevoli flexiamo quei due libri che abbiamo letto (d’altronde lo fanno tutti dai).
NOTA VERAMENTE BENE: l’inserimento del “NOTA BENE” è stato inserito a scopo squisitamente retorico: con la delucidazione del motivo “giocoso” per cui abbiamo inserito tante (inutili) citazioni tentiamo di schivare le critiche che potrebbero esserci fatte su questo versante pur mantenendo gli effetti benefici della strategia originale.
Perché è gratis
“Io studio me stesso; quando ne sono stanco, come diversivo mi metto a fumare un sigaro, e penso a che cosa nostro Signore ha voluto propriamente dire con me, o a che cosa da me vuole tirare fuori”
Søren Kierkegaard, Enten-Eller
Tra l’abbonamento Mi1-Mi6 e la cena cinese di giovedì, questa è stata una settimana di eccessi. E’ venerdì sera, e il bilancio previsionale mi impone la classica serata dj set con entrata gratis tramite Dice. Cadere nell’inganno e comprare il drink da 10 euro sarebbe un tradimento al mio fermo proposito di risparmiare, eppure si può definire “una serata” se non ho alcun stimolo chimico? La panacea è nella tasca destra del mio cappotto, ed è un pacchetto di tabacco comprato qualche giorno fa. I 3 euro spesi per comprarlo rimangono in un lontano passato e la mia coscienza economica è perfettamente tranquilla: le zizze mi accompagneranno anche questa sera. Il versamento di una cifra tutto sommato limitata per una razione di dispositivo nicotinico, che sia il pacchetto di lucky strike o delle “terrie” blu, assume una periodicità abituale che attenua “l’internalizzazione” dei costi. Per lo stesso motivo per cui Klarna indirettamente manda in bancarotta adolescenti in giro per il mondo, non considero i soldi sborsati per le zizze come una spesa addizionale, soprattutto perché per abitudine sono parte del mio status quo, e non mi metterò mai a considerare le decine di Ferrari rosse che avrei potuto comprare con i soldi spesi per le sigarette.
Alcuni potrebbero obiettare che c’è un “costo” che sto trascurando, ovvero i danni alla salute. Non mi riferisco alla mia incapacità di fare due piani di scale senza avere il fiatone, ma a tutti gli anni di vita che, secondo l’University College London, sto perdendo a causa del mio condannabile vizio. 20 minuti di vita per ogni sigaretta, quasi 7 ore di vita a pacchetto. Ma mi interessa? Gli anni di vita che il me del futuro non potrà vivere non hanno alcun valore per me in questo momento, perché dovrei rinunciare a questa zizza serale per dare più tempo ad una persona che neanche riesco ad immaginare? Rispetto questo futuro io? Questa persona merita più tempo in vita? Lo merito io ora? Qualcuno merita di vivere più di altri? (questo lo togliamo in post)
Difficilmente mi passeranno per la testa pensieri simili, oppure prenderò la conscia decisione di non curarmene, ma in ogni caso, girando con il pollice una rotella zigrinata, una scintilla introdurrà la breve fiamma che indirettamente sentirò nella mia bocca, e non ci sarà alcun ostacolo che riterrò degno di impedire la mia attività fumatoria.
Praticamente gratis, facile da portare e anche adatta per gli autisti, cosa ormai non banale in un'ottica post-salviniana.
Perché scandisce
Indice e medio tesi e vicini, ma non troppo, come a dover lasciar spazio a quel qualcosa di onnipresente ma inafferrabile, fanno avanti e indietro avvicinandosi e allontanandosi dalla bocca dell’amico che mi lancia un’occhiata immediatamente comunicativa che attraversa la sala del locale: siga?
L’orologio biologico delle persone con cui passo la maggior parte del mio tempo è ormai sincronizzato alla perfezione e ogni tot rintocca: ci ricorda di dover staccare la spina per quei 12 tiri di oblio (che spesso diventano 24 a causa della nefasta “doble” ¹).
Che sia proprio questo il risvolto pratico di Nostra Signora la sigaretta? Lasciarci stare per un secondo dalle cose, rallentarne il ritmo, concederci un “puccio” nello stato di flusso delimitato e condiviso, che prenda il peso di un futuro (già perso) che continua a infestare il presente con il suo carico di promesse per trasformarlo in una semplice “nuvola di fumo” ².
A lui dovrei chiedere scusa per come mi sono comportato…a lei vorrei confessare il mio amore scadente…ho 7 esami indietro e sta notte tornerò comunque a casa alle 4 ma ora sono qui a bruciarmi la gola e nient’altro, da solo in mezzo a 12 altri stronzi con gli stessi cazzi che ho io; ancora 5 minuti poi mi alzo, giuro.La zizza mi da scansione e respiro ideale, mi fornisce un cuscinetto tra un’ora di goffi movimenti a ritmo (accompagnati da un drink) e un’altra ora di goffi movimenti a ritmo (accompagnati da un altro drink), tra l’arrivo in metro a Missori e l’ingresso in aula a far lezione, tra la prima metà di un film e la seconda, nei cinemacci commerciali. Non voglio però dire che durante il fumage il soggetto fumageante entri in una sorta di estasi estatica anche perché, se accompagnati, diventa proprio questo il momento per dirsi qualcosa. Sembra che il semplice fatto di avere in mano un bastoncino di carta e tabacco acceso a 600°C alleggerisca il peso di quello che si dice aprendo la bocca e lubrificando le orecchie.
Rileggo queste poche righe osannatrici di quel feticcio mortuario che ho sempre con me e mi sembra di star leggendo un monologo tratto dai peggio edit Tik Tok di Zerocalcare, credo sia l’ora di finirla, esco a fumare...
Note al paragrafo:
Doble (AFI: /ˈdo.βle/ ): dallo spagnolo “doppia” è un termine coniato dal linguista Tirro (Tommaso Della Valle, 2004-) per indicare la doppia attività fumatoria in sequenza rapida; nello specifico il termine può indicare una “doble spuria” ovvero una semplice ripetizione dell’atto fumatorio della sigaretta o una “doble pura” che inserisce nel rito anche l’assunzione di una bevanda (spesso si tratta di caffè) tra un atto fumatorio e l’altro.
Pseudo cenno forzato a Mark Fisher, Gli spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, Minimum Fax, 2019
Perché è bello (?)
“Il vero godimento non sta in ciò che si gode, ma nella rappresentazione"
(ancora) Søren Kierkegaard, Enten-Eller
Simmel qualche giorno fa mi ha detto che alcune dinamiche che segue la moda oggi (cent’anni fa ma non sembrano cambiate troppo) gli fanno venire in mente le sigarette: se prima si fumavano i sigari oggi il fascino liminale del “sempre nuovo” ci spinge a optare per qualcosa di più veloce, seriale, cool³. Parliamoci chiaro, l’istante in cui ci si accende una sigaretta e in cui magari si è da soli, fuori dal locale, con la musica che si trascina a suon di frequenze alte tagliate verso di te è un “istante scultorio” (perdonate il termine) non da poco; e la colpa non è nemmeno tutta nostra! Sicuramente non è questo il luogo per soffermarsi sull’argomento ma mi sembrava utile anche solo accennare la questione. Quanti i film, i libri, le interviste in cui quelli che, diversamente ma sempre nello stesso modo, rappresentano i modelli di ciascuno sono ritratti in pose bronzee sfumacchianti sigarette? Quanto è “cool” Malèna (Monica Bellucci) quando quelle 6 mani d’uomo le porgono la fiamma per accendere? Quanto è “cool” Albert Camus con il trench e la sigaretta in bocca nella foto sullo sfondo del cellulare di quella che è esistenzialista dopo aver letto metà dell’Étranger?⁴ Quanto è “cool” Pino D'Angiò mentre canta con la sigaretta al posto del microfono? Devo dire che la cosa che più di tutte mi sta sul cazzo è il fatto di essere in grado di riconoscere (per quanto possibile) l’esistenza possibile di queste strategie operate sulla (e dalla) coscienza collettiva alla quale faccio riferimento senza però riuscire mai a distaccarmene… forse è vero che il detto secondo cui il mondo vuole essere ingannato è diventato più vero di quanto non lo sia mai stato⁵. Non è una questione da poco comunque perché il capitale materiale richiesto per la scultura è la propria “salute” dunque la propria vita⁶; consapevolmente o meno, siamo disposti a pagarlo a rate.
Vorrei concludere questo paragrafo (o meglio questo flusso di coscienza senza forma, struttura, senza premesse e conclusioni) con una domanda aperta: possiamo ancora dire oggi che fumare sia cool? La chimerica creatura che compone la schizoide “persona alla moda” cosa direbbe ORA?⁷ Sicuramente i grossi fenomeni sociali estivi mainstream del 2024 hanno visto tornare di moda quell’estetica⁸ che sputa in faccia all’autoconservazione (si pensi all’ormai “lontana” “era” “brat”) ma quanto questi hanno fatto un favore di lunga durata all’industria mortifera del tabacco? Sinceramente non saprei rispondere quindi lascio, come avevo anticipato, aperta la questione. Non che io ne abbia chiusa una, sia chiaro, non sono qui a fare il professorino, cosa cazzo ne so io di come vanno le cose, perché dovrei saperlo? PERCHE’? SE FUMARE NON E’ PIU’ DI MODA ALLORA COSA LO E’? COSA RIMANE? A QUALE DIO AGGRAPPARMI PER NON DISPERARE? SE DIO NON ESISTE NON C’E’ PIU’ POSSIBILITA’ DI SCAMPARE AGLI UOMINI!⁹
Note al paragrafo:
Georg Simmel (1858-1918) in Zur Psychologie der Mode (1910) non ha usato il termine “cool”, lo uso io che non trovo una traduzione italiana che non mi faccia rabbrividire, prima di sentirmi dire “figo” non ironicamente vedrete i cieli chiudersi. Per il riferimento in edizione italiana si veda intorno a p. 28 in Georg Simmel, La moda (a cura di Lucio Perucchi) per SE edizioni, 2017
Tu che stai leggendo, hai Camus come sfondo del cellulare? Fumi sigarette a rotazione seduta in un bar facendo finta di leggere tomi dai nomi complessissimi? Vergognati. (hit me up @niccolofunari su instagram)
Il detto è riportato da Adorno (non Francesco, l’altro, quello famoso davvero) a p.229 in La scuola di Francoforte (a cura di Enrico Donaggio), Theodor W. Adorno, L’industria culturale, Einaudi, 2005
Dovevo far cenno anche solo lateralmente a qualcosa proferito da Michel Foucault altrimenti non sarei abbastanza alla moda. Rimando alla frase assolutamente decontestualizzata che il filosofo pelato più famoso di sempre spara in un’intervista sottolineandone l’aspetto “artistico” e non “materialista”: “L’idea del bios come materiale per un’opera d’arte estetica è qualcosa che mi affascina”. La trovi a p.308 in M. Foucault, Sulla genealogia dell’etica, in La ricerca di M. Foucault, a cura di H. Dreyfus e P. Rabinow, Ponte delle Grazie, 1989
Lascio qui qualche articolo a riguardo anche se invito a non fidarvi di quello che dicono loro, fidatevi solo di quello che diciamo noi di Nimanì Rivista; Indipendent: https://www.independent.co.uk/life-style/fashion/smoking-cool-fashion-saltburn-trend-b2504079.html; Il post: https://www.ilpost.it/2024/11/18/sigarette-moda/; Rivista Studio (dalla quale ho rubato gli altri due): https://www.rivistastudio.com/ritorno-sigarette-tabacco/;
Dico “estetica” non in senso filosofico tradizionale bensì rifacendomi al termine coniato su internet di “A E S T H E T I C”; per un cenno più approfondito rimando a Valentina Tanni, Exit Reality. Vaporwave, backrooms, weirdcore e altri passaggi oltre la soglia, Nero edizioni, 2023
Jean-Paul Sartre in Teatro, Il Diavolo e il Buon Dio, p.505, Mondadori, 1964
Perché no?
P.S.: Niccolò è sparito dopo aver scritto il paragrafo “Perché è bello” di questo articolo ma fortunatamente (sempre per andar contro alla narrativa articolistica tradizionale che richiederebbe una struttura logica banale e noiosa) le conclusioni le aveva già tratte
Fa bene? No, non importa. Ci piace? Si, forse, penso di si. L’unica cosa che potremmo dire per concludere queste “riflessioni” nicotiniche è che sicuramente la sigaretta (o il drum, o l’iqos, ecc…) è un dispositivo al quale non viene concessa l’attenzione che meriterebbe sul piano degli studi sociali, di costume e perché no, filosofici. Non è nemmeno da svalutare l’idea che possa essere importante solo per noi che da buone streghe dell’esistenza lirica ce lo portiamo sempre dietro, un po’ come fosse un famiglio, un po’ come fosse l’ingrediente satanicamente segreto per produrre l’elisir di lunga serata.
Ad ogni modo fa parte del vissuto quotidiano, volente o nolente, di tutti ed è per questo che l’invito (davvero conclusivo) che porgiamo è quello di provare a interrogare l’oggetto, di non lasciarlo bruciare inutilmente, di usarlo con problematicità senza lasciare che l’assenza di rabbia nei suoi confronti faccia sì che quelli a rimanere bruciati siate proprio voi.
Metto I Cani in cuffia, esco a fumare.
N.F. e T.C.