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Stanchezza cosmica. Tutta la natura è vecchia e stanca di vivere, così si lamentavano i Guaranì del Mato Grosso (in Brasile) che nel 1912 ritornavano ai loro villaggi annunciando il fallimento della ricerca del paese senza peccato, il loro profetizzato paradiso terrestre: un secolo di fermenti utopistici e magnifiche sorti progressive, spentisi con un grido - Padre, fa che ciò finisca! 

 Dopo esser stato il cantore dell’angoscia adolescenziale, dell’indecisione e in fine della rassegnazione, Niccolò Contessa, in un soleggiato giovedì di Aprile, approda a sorpresa su tutte le piattaforme streaming, portando con sé il Verbo di un nuovo decennio. Il nichilismo passivo, e anche un po’ sognante, che aveva caratterizzato Aurora, è ormai fuori moda, la musica e i testi di post mortem si fondono invece per distruggere a suon di indietronica ogni ormai tediosa velleità, e traghettarci in questi caotici anni 20.

 Come nel 1807 Georg Friedrich Wilhelm Hegel, i cani (ora rigorosamente in stampato minuscolo) tracciano il percorso della coscienza infelice – adoperando una struttura tripartita, come necessario: due sezioni, da 6 canzoni ciascuna, separate da un intermezzo strumentale che dà il titolo all’album. Vita - Morte - Post mortem. O meglio ancora: Life-in-Death - Death - Life after Death

 La prima parte (io - f.c.f.t.) è dominata dalla morte spirituale e dalla stanchezza; tutto è logoro, tutto stanca, nulla più è sopportabile, echeggia lontano il grido dei Guaranì – sempre più attuale. 

Come una summa retrospettiva del fenomeno I Cani, l’album si apre con un io, che dopo aver a lungo sbandato, si ritrova esausto e frustrato, debolissimo; non c’è altra strada se non quella di assumersi le propie responsabilità. Su note al limite tra l’indie folk di Phil Elverum (The Microphones/Mount Eerie) e il post-rock dei Massimo Volume, una dolce voce in lingua russa invita alla calma; il tanto atteso ritorno de i cani sembra di primo acchito il flebile lamento di un “io” rivolto contro se stesso e contro tutto, incapace di ritagliarsi un posto nel mondo. Ma la transizione a buco nero stravolge ogni apparenza di debolezza. Un ballo quasi isterico travolge il mondo di Simone, Arianna e Antonio, le misere figure che abitano questa società, giunta ben oltre il suo punto d’arrivo – o che forse l’ha proprio perso: l’esaurimento nervoso si risolve in un rave mediocre contro il minuscolo mondo piccolo borghese. Contessa chiede libertà – aria. colpo di tosse è la storia di questa libertà. 10 anni di noia e una sfilza di insulse occasioni quotidiane; tutto quello che ci vuole per una canzone sono gli spazi vuoti, i momenti di silenzio: pura ritenzione, e il problema della f.o.m.o. (tanto caro agli ascoltatori) viene liquidato in poco più di 3 minuti. Grazie Husserl. 

 La sfiducia nei grandi progetti è sempre stata palese nell’universo de i cani, ma l’ormai ovvio collasso della globalizzazione offre un nuovo sfondo per nuove conclusioni. Il decoro progressista, la giustizia sociale e il continuo rimbalzo tra modelli morali obsoleti; tutto sepolto: ci aspetta il sanatorio di davos. Globalizzazione come la Belle Epoque, e le mecche si moltiplicano, mentre il sistema sociale si irrigidisce e chi può si chiude in una s.p.a. di lusso o in un open bar. Il confronto con Thomas Mann si tramuta in un vitalistico rifiuto all’ideologia, che la traccia seguente, colpevole, porta avanti quasi senza interruzioni. Doveri, sensi di colpa e criminalizzazione dell’individuo, la società dei bei discorsi che castiga e punisce è ancora in voga lassù sui monti, ma sotto la neve tutto risuona falso e svilente. Ed ecco che f.c.f.t. giunge finalmente a chiudere come un’onda questa prima fase. L’esperienza maturata con Cosmo e Tutti fenomeni sembra aver dato i suoi frutti, l’elettronica (che a tratti sembra suonare quasi come Acidi e basi) ci conduce al momento dell’autocoscienza, sfondando i bassi; la rabbia contro i conformismi si scatena ancora una volta in un free party. 

 Piomba il silenzio, post mortem. L’album ha raggiunto il suo punto di svolta, d’ora in poi abbandoneremo la rabbia, e le frustrazioni, anche i ritmi si faranno meno martellanti, e una certa dolcezza inizierà a penetrare il cuore, il nuovo progetto i cani mostra ora la sua vera forma. Una timida allegria, una privata gioia, in pace con la propria condizione, è l’Arte di lasciar andare, sapersi sentire felice a discapito di tutto; la convergenza coi Baustelle a poco più di un anno dalla pubblicazione dello split album risulta quasi commovente.

 A 39 anni Contessa è finalmente riuscito a scappare dagli ambienti di Glamour, la vita gli si presenta innanzi in tutte le sue contraddizioni, Kafka e i Buddenbrook: l’esperienza umana è tragica e contraddittoria, piena di sofferenza, non c’è alcuna illusione, nessun velo, la timida felicità della vita post mortem è piena di dolore e ferite da sanare; è la stessa magia che pervade madre. Ci sembra tutt’a un tratto di aver sbagliato disco, di aver messo su Uomo donna o Il regno animale, il lirismo è ufficialmente tornato mainstream. 

 La vita ci si dispone davanti nella sua totalità: madre è una speranza, travolge e rinnova. Dio, Amore e perdono appaiono in questa nuova esistenza per non abbandonarci fino alla sua fine, e con loro fuoco e acqua: una natura neutra, il cui solo scopo è quello di accompagnare il nostro eterno divenire, perché com’era ieri / così sarà domani / perché com’era ieri / così non sarà più domani; ogni volta la prima volta. Non sembra un caso che le sonorità si avvicinino ai lavori di Sufjan Stevens, che con post mortem sembra condividere una certa affinità di temi. carbone risalta davanti alla vitache avanza di madre come il simbolo del dolore che permane nella felicità. In questa messa in musica del Fire Sermon di T.S. Eliot, mancano però squallore e amarezza, l’unica cosa che si erge sopra una fiamma ormai spenta è la lava subterranea – inarrestabile –, la necessità di un vivere oltre le finzioni. L’amore domina anche buio, la coscienza non-più-infelice non ha ancora finito il suo percorso, è sì pronta a farai spazzare via come conchiglie sparse sulla sabbia, ma piange il mondo che ha conosciuto, e che le sembra ora così distante. Risuona infatti in lontananza l’eco de nella parte del mondo in cui sono nato, un brano a primo acchito anomalo, ripetitivo, violento, sembra quasi abbia scambiato di posto con davos nella composizione della tracklist. Ma nella parte del mondo in cui sono nato è un necrologio, la diagnosi post facto della malattia che ha reso questa vita e questo mondo intollerabili. Contro una società morta che non fa altro che mortificare e svuotare tutto ciò che tocca, che non sa dire “io” se non per commiserarsi e impartire dettami, contro il mondo in cui siamo nati, la coscienza si libra su di una canzone dance, per prendersi gioco di ogni moralismo svilente, e vivere nel collasso dell’egemonia neoliberale e progressista. 

 La ciclicità del vivere è ormai palese, la coscienza è giunta alla fine del suo percorso, un’altra onda è la sua storia e al contempo la sua fine: l’essere-per-la-morte è il punto più alto del suo cammino. Un raffinato lirismo naturalistico e melanconico è alla fine emerso dal caos iniziale, i rumorosi anni 10 si affrettano a lasciare il passo ai figli della pandemia, la morte si è fatta vita, e Contessa è riuscito a rilanciarsi con una nuova immagine, a ergersi come un timido eroe lontano da ogni tendenza, la minuscolizzazione del nome i cani segna proprio questa tappa del suo tragitto artistico. Diamo il benvenuto alla nostra nuova sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata felicità. E.