Con l'uscita del 14 aprile di Portnoy Adelphi comincia la ripubblicazione di Roth, ed è un po' come il divorzio dei Ferragnez. Roth infatti è autore pubblicato storicamente da Einaudi anche se, a ben vedere, nemmeno troppo storicamente perché le prime pubblicazioni escono con Bompiani: "Lasciarsi andare" nel '65, "Quando lei era buona" nel '67, poi "lamento di Portnoy" nel '70 che, prima di passare a Einaudi, transita anche per un breve periodo in Mondadori.
Questo anche per smentire la leggendaria monogamia editoriale di Roth che comincerà a far parte del catalogo Einaudi solo nel '98.
Nuova edizione significa anche nuova traduzione, postfazione inedita del nuovo traduttore e curatore Matteo Codignola e una diversa veste grafica, certo l'idea che si vuole dare è quella di un Roth inedito, un "Roth come non lo avete mai visto" una sorta di ready-made su scala industriale che permette a chi lo ha già di acquistare un prodotto nuovo che possa anche dinamizzare quello precedente, cioè il Roth Einaudi, attraverso il confronto e lo renda accattivante per chi non l'ha ancora letto. Ѐ un po' come se dopo il divorzio "la Chiara" decidesse, per rendersi più appetibile a nuovi consumatori, di rifarsi il seno e parlo di seno per fare un colto riferimento meta-letterario al racconto di Roth intitolato appunto "Il seno", se il racconto si fosse chiamato "Il pene" avrei parlato di Fedez.
Per evitare di scadere nella polemica vorrei evitare le veniali e quindi grette e meschine, quasi demoniache, speculazioni editoriali di Adelphi, scegliendo di ignorarle consapevolmente, e riflettere su che cosa astrattamente significhi ripubblicare Roth nel 2025 a vent'anni di distanza dalla sua ultima traduzione di Roberto Sonaglia per Einaudi e a 76 dalla sua prima pubblicazione.
Prima ancora, però, devo necessariamente considerare due aspetti che, al netto del mio proposito di animabellismo (sindrome che affligge ogni anima bella rendendola cieca alle brutture del mondo), non si possono passare sotto silenzio e questi strettamente riguardano le scelte editoriali di Adelphi, che poco spazio lasciano ad un ironico e simpatetico ideale di astrattismo. Entrambi molto visibili sono tesi ad esacerbare l'aspetto innovativo del prodotto e hanno lo scopo di rifunzionalizzarlo rendendolo appetibile come si diceva, per chi già lo ha e per chi non lo ha ancora. Allargando forse indebitamente il campo si potrebbe anche affermare che sottendono a un ripensamento, a mio avviso arbitrario e furbesco, dell'opera di Roth.
In quest'ottica Il paratesto, con la copertina che sfoggia un disegno di Al Cap, fumettista americano conosciuto soprattutto per le sue strisce satiriche, diventa un fattore precipuamente interpretativo; soprattutto se messo in una prospettiva di dialogo con le copertine precedenti ben più cupe e concettuali nella loro veste grafica. Il "vecchio lettore" sente la dissonanza di questo cambiamento e ne è incuriosito; quello nuovo, allo stesso modo, è attirato dalla desacralizzazione del venerato maestro. Adelphi, anche nella promozione, spinge molto sul carattere comico del testo dichiarando implicitamente che: "Certo, Roth è uno dei grandi ma in questo testo è soprattutto un autore che fa ridere". Se il primo dei due aspetti insinua indirettamente il confronto con l'edizione precedente, il secondo marca ostentatamente un netto contrasto. Il titolo, Portnoy's Complaint, che nella traduzione Einaudi è "Lamento di Portnoy" diventa soltanto "Portnoy" in quella Adelphi.
Il traduttore e parente del mai troppo compianto Calasso (le qualifiche di traduttore e parente si equivalgono, mi si perdoni la malizia), Matteo Codignola, adduce dubbie motivazioni filologiche per giustificare questa scelta, riferendosi alla congenita intraducibilità del termine complaint dal significato irrimediabilmente scisso, per essere precisi quadripartito. Accenna poi alla "forza evocativa del personaggio" che lo renderebbe di fatto autonomo e suscettibile di solitaria titolazione.
Codignola non considera, però, che in questo modo soggetto e complemento si invertono. Nel titolo originale è il lamento ad occupare il posto centrale e ovviamente non a caso. Nella titolazione Adelphi invece Portnoy è denudato del suo elemento più caratteristico e in questo caso sì, congenito: il lamento. (Da queste considerazioni che non stento a riconoscere approssimative ne concludiamo realisticamente che l'ipotetica Chiara oltre all'ipotetico seno si è rifatta anche l'ipotetico deretano).
Termino qui il mio personalissimo lamento per lasciare spazio a quello di Portnoy e provare a concentrarmi sulla domanda cui mi ero proposto di rispondere inizialmente e che il mio animabellismo mi permette di porre spogliata dei suoi macabri sottintesi economico-commerciali-propagandistici; cosa significa ripubblicare Roth nel 2025?
Mi accorgo però che il discorso sarebbe troppo ampio, i romanzi di Roth sono venticinque e da parte mia sarebbe folle pretendere di ragionare anche sommariamente circa l'intera sua opera. Devo allora necessariamente ridimensionare la domanda iniziale riferendomi ad un'opera soltanto: che significato ha ripubblicare ora un testo come Portnoy? Anche così drasticamente compressa, la domanda resta comunque vasta e suscettibile delle più vaste riflessioni. Mi limito quindi a suggerire qualche suggestione che non vuole essere né un discorso organico, né tantomeno esauriente.
Innanzitutto va detto che Portnoy non è il primo testo di Roth ma quello che lo ha reso famoso. Prima di Portnoy il noto scrittore pornomane americano aveva pubblicato due romanzi e una raccolta di racconti; anche in questa scelta, in un'operazione che si dichiara ripubblicazione completa dell'opera, il criterio che spinge Adelphi a seguire un ordine diciamo di notorietà piuttosto che cronologico è "interessante". Criterio, inutile dirlo, tutt'altro che disinteressato.
Sinteticamente potrei dire che è un lungo e ininterrotto monologo del personaggio autore Alex Portnoy durante una seduta dal suo psicologo Spielvogel.
Se si volesse prestare fede alla mia banalizzante descrizione, il romanzo avrebbe tutti i presupposti per risultare noioso, tutt'altro che comico, come invece sottolinea Adelphi, ed effettivamente noioso lo è e anche molto. Ma qui non si tratta di questo, quanto piuttosto del tentativo di inquadrarlo in una prospettiva più ampia, cosa che almeno per un verso, quello del giudizio diciamo estetico, esula dalla mia personalissima opinione, seppur non mi impedisca di chiedermi come Roth abbia fatto ad essere così eterogeneamente e largamente apprezzato. Domanda alla quale tutt'ora non sono giunto a una risposta che mi convinca.
Al di là di questo, a ragione il libro e il suo autore sono considerati nocciolo duro, nucleo di fissione dell'auto fiction. Certamente, ripubblicare ora quest'opera significa instaurare un dialogo con un genere che si sta espandendo sempre più capillarmente e va addensandosi attorno ad opere che ne hanno fatto la loro cifra totalizzante (al contrario va detto del Portnoy di Roth, dove l'autofiction è elemento parziale ma non inconsapevole); sto parlando del Carrère di "Yoga" e della Cusk di "Trilogia dell'ascolto", quest'ultima spingendosi addirittura oltre all'autore francese che satura il genere fino all'esaurimento del concetto stesso di fiction.
Sempre sinteticamente, allargando lo sguardo in maniera forse tendenziosa, su tutte è una la caratteristica che di questo genere vale notare: il dilagare dell'io narrante che combacia con l'io narrato, in un genere, come quello del romanzo, caratterizzato per lo più dal mascheramento dell'io autore se non dalla sua soppressione, in favore di quelli che comunemente indichiamo come personaggi. Questo testimoniare della tendenza per cui tutti vogliamo essere protagonisti della nostra storia non volendo lasciare spazio nemmeno a personaggi che ci appartengono, perché li abbiamo creati, ma che rimangono altro da noi; eccoci allora nella curiosa posizione di chi sia messo in crisi da parti delle sue stesse fantasie e perciò sua massima ambizione è quella di essere padre di se stesso. Portnoy è certamente un antesignano di questo estremo solipsismo narrativo.
Oltre a ciò, sono almeno altri tre gli aspetti che agglutinano la direzione di questo confronto teso, va detto, da parte di Adelphi, con la volontà di istituire un precedente classico e modellante. Il primo è certamente quello dell'Immobilità come condizione fisica e metafisica. Secondariamente il lamento come ultima risorsa comunicativa rimasta all'io per esprimersi. E infine la problematizzazione della parodia che viene elevata a condizione esistenziale, destituita della sua condizione di parodia, ascende al campo delle verità.
Anche per questi punti non posso che essere sintetico e procedere per suggestioni, postulati. Alex Portnoy come si può capire facilmente dalle prime pagine del romanzo è immobile; sdraiato nello studio del suo psicologo è la sua memoria, intesa come facoltà mnemonico/narrativa e non come disposizione al ricordo, a muoversi. Un movimento tanto più angoscioso e per quanto mi riguarda insopportabilmente noioso, perché inconcludente. Sia detto così en passant: lo stesso Montale aveva espresso in una sua poesia, a differenza di Roth però gli era servito nemmeno un verso intero ma solo quattro parole: "la vita non conclude". Roth impiega circa 180 pagine; ma di nuovo, non è questo il tema.
L'immobilità comporta fattualmente un'altra considerazione: il personaggio di Portnoy è ridotto alla sua qualità di voce. Portnoy non è un corpo ma solo una voce. In un momento come quello di ora permeato dalla più spinta digitalizzazione, questo può suggerirci sicuramente qualche prossimità tra noi e un testo pubblicato circa cinquant'anni fa. E il suo corpo, che si ricostruisce attraverso la memoria/narrazione, non può che essere un corpo inaffidabile, è sfuggente esattamente come la voce che lo plasma.
E forse in questo senso rispetto a Montale, Roth si spinge un po' più in là (questo a mio avviso rende comunque ingiustificate le 180 pagine) perché in Portnoy la vita non conclude qualcosa di altro da sé, ma conclude sé stessa rivelandosi null'altro che voce.
E questa voce, che Adelphi sceglie di espungere dal titolo, è il lamento di Portnoy sdraiato sul lettino del suo analista e si trova nella scomoda posizione di chi si invera o si avvera soltanto quando parodia sé stesso perché sa che ogni altro tentativo comunicativo sarebbe vano o arbitrariamente ridotto a Parodia. Se il risultato non cambia allora tanto vale invertire l'ordine degli addendi e non lasciare che siano gli altri a fare quello che potremmo fare noi: stendiamoci sul lettino di uno psicologo fittizio e insceniamo il dramma tragicomico della nostra vita osservandoci ascendere al rango di personaggi e parodie. Conserviamo almeno il privilegio di essere noi gli autori di noi stessi.